Lavoro in una biblioteca per bambine e bambini…

Pubblico qui un bell’intervento di Piera Codognotto sul linguaggio sessuato.

Se non ne parli non esiste: il genere femminile nell’italiano di oggi. Corso di formazione, Firenze, ARPAT, 16 settembre 2009

Lavoro in una biblioteca per bambine e bambini. Nome ufficiale: Biblioteca dei ragazzi del Comune di Firenze.  Quando scrivo discorsivamente, anche nel nostro sito web, cerco di usare il maschile e il femminile, la doppia desinenza che dà conto dei corpi in carne ed ossa di bambini e bambine… Ma non sempre accade. Perché a volte è faticoso sostenere questa scelta con i colleghi e anche con le colleghe. Così, per il premio letterario per piccini, abbiamo distribuito per anni il ‘Diploma di scrittore’ anche alle scrittrici…

La Decisione 397.475 del Parlamento Europeo del marzo 2009 ha già avuto il merito di farci  promuovere questo corso e avviare  una costruenda rete di soggetti (soggette!!?) istituzionali interessate ad un uso non sessista del linguaggio nella Pubblica Amministrazione.  Senza dubbio il fatto che la PA debba seguire le normative e le indicazioni che si dà,  in certi casi può aiutare.

Nel dibattito che c’è stato sulla stampa e sul web intorno a questa decisione vedo forte la ‘tentazione del neutro’ (dal titolo di un saggio di Wanda Tommasi nel libro di Diotima Il pensiero della differenza sessuale. La Tartaruga, 1987). Finalmente ‘una lingua SENZA sessi’? [1].

Capisco che il tentativo di indicare con termini astratti possa sembrare migliore dell’uso di termini marcati al maschile singolare. A volte è così: non se ne può più dell’’Uomo primitivo’ di tanti titoli di libri sulla preistoria… Se ne accorgono anche le bambine ormai nella mia biblioteca. E trovare la dicitura della collana “Letteratura per ragazzi” sulla copertina del romanzo della Alcott  Piccole donne è anacronistico… Sarebbe preferibile “Letteratura per l’infanzia”?  Il progetto POLITE: Pari Opportunità nei LIbri di Testo ha coinvolto e impegnato l’Associazione Italiana Editori e il Ministero delle Pari Opportunità tra il ’99 e il 2001 a costruire linee guida non sessiste per l’editoria scolastica in particolare [2] .

Ma è possibile anche solo pensare che sia meglio non avere a che fare coi corpi, che sono l’esperienza sensibile più comune a tutti e tutte? Comprensibile anche alle creature piccole, la differenza sessuale è l’evidenza più palpabile nel quotidiano, anche se resta occultata in tanti discorsi specialistici. Rischiamo – segnala Adriana Perrotta Rabissi in un bell’articolo sul linguaggio – che le ‘Ragazze madri’ o ‘Madri nubili’ diventino una ‘Famiglia monoparentale’. Il neutro così costruito, oltre ad astrarre dai corpi fisici, può nascondere la disuguaglianza [3].

Nelle esperienze che oggi pomeriggio ascolteremo ci sono esempi di moduli e documenti e guide all’uso dei servizi pubblici che usano tranquillamente la doppia desinenza, con una scelta che risulta a mio avviso scorrevole a leggersi: cittadine e cittadini, immigrate e immigrati, ragazze e ragazzi… Come l’opuscolo pubblicato recentemente in tante lingue dall’URP di Prato “Documenti illustrati” di cui parlerà Mariella Pala.

Torno in biblioteca:

I cataloghi on line delle biblioteche e le basi dati prevedono dei campi da riempire per la ricerca: Autore (che è anche autrice, naturalmente!):

La rete informativa Lilith di centri di documentazione e archivi di donne  – di cui faccio parte – è nata con l’intento di valorizzare e mettere in circolazione la produzione editoriale di donne verso la fine degli anni ’80. In una base dati che raccoglie testi prevalentemente di donne abbiamo messo in discussione anche la maschera di ricerca e di inserimento dati: vi compare: ‘Autrice’.

Anche solo questo piccolo dettaglio può essere spiazzante: inserirvi il nome dell’autore (maschio) rende evidente lo ‘spostamento’ mentale che sempre facciamo quando per l’autrice (femmina) non  sembra strano usare il campo ‘autore’…  Lo abbiamo verificato nei corsi di formazione fatti.

Ma le associazioni professionali che abbiamo tentato di coinvolgere si sono dimostrate refrattarie al problema e l’AIB [Associazione Italiana Bibliotecari] imperversa da anni con l’”Agenda del BibliotecariO”.  Sarebbe troppo lungo ‘Bibliotecari/e’?  La proposta fatta dall’associazione Lilith a basi dati generaliste di adottare la doppia dicitura:  Autrice/Autore, di dettagliare Traduttrice/Traduttore, Illustratore/Illustratrice… per ora è stata accolta con sufficienza, come inutile perdita di tempo. Anche se con i computer non si farebbe nessuna fatica e potrebbe costituire eventualmente una notizia in più, non irrilevante.

Nei cataloghi delle biblioteche si usa il nome proprio per esteso (dell’autore/autrice), per cui il corpo sessuato non sparisce. Mentre nelle bibliografie molto spesso vediamo citati i nomi solo con le iniziali!

Mettere i nomi per esteso rimette i corpi sessuati nel circolo dell’immaginario. Oltre che rendere possibile la cura della memoria, propria dell’archivista. Nei social network, come face book etc., può esserci il divertimento del mettersi nei panni di … con espressioni corporee varie  dei propri io-virtuali

…E ci vuole attenzione: in tempi di migrazioni e meticciati culturali Rosario, donna peruviana,  rischia di diventare Rosaria, come è accaduto a un seminario di un gruppo anche molto attento alle differenze come è Punto di partenza… Può accadere senza ‘cattiva volontà’, ma per l’ordinaria disattenzione che ci travolge, per non abitudine all’ascolto attento.

I piccoli danno sempre nomi ai loro animali, ai personaggi… La categoria generale dei gatti è fatta da nerino, micia, etc. C’è l’albatro e l’albatra.

La molteplicità dei soggetti percepiti  nelle loro differenze (per sesso, per età, per provenienze) aiuta a formulare un pensiero ‘accogliente’.

Ho seguito dall’inizio i risultati del progetto “Educazione alla cura, contrasto degli stereotipi, relazione tra differenze”. E’ un progetto equal avviato nel 2007 nella Regione Toscana sia a Prato che a Firenze con la consulenza di Marina Piazza e altri/e che ha coinvolto le scuole per l’infanzia e prosegue nella scuola dell’obbligo. In collaborazione con un gruppo di lavoro del Comune di Prato, e in particolare con Mariangela Giusti dell’Ufficio Tempi e spazi e pari opportunità, abbiamo segnalato materiali di lavoro nel sito Tempi&Spazi del Comune di Prato… C’è ricerca, ci sono materiali anche veramente belli: non solo non sessisti, politicamente corretti -  magari a volte un po’ moralisti – ma anche che aprono mondi [4].

Ma non è facile andare oltre un riconoscimento ‘stereotipato’ degli stereotipi… E abbiamo proseguito la sperimentazione anche in un piccolo gruppo di insegnanti, genitori, ostetriche al Giardino dei ciliegi di Firenze.  Il Laboratorio conviviale sulla sensibilità poetica nel quotidiano, condotto da Mario Bolognese è stata la parte più intensa forse del lavoro del 2008. Ci interessava il suo metodo di lavoro sull’immaginario. In particolare ci ha proposto di utilizzare immagini dalla ricerca archeologica di Marija Gimbutas su Il linguaggio della dea e altre immagini delle tradizioni arcaiche e della ‘Prima storia’ – come Luisella Veroli chiama la pre-istoria. La sua ricerca è tesa a ‘intenerire il linguaggio’.

Dagli appunti del corso: “E’ finita l’era patriarcale, bisogna far finire il linguaggio patriarcale. Occorrono le parole. E io le trovo nella fiaba, nella poesia. Di lì si possono aprire anche analisi con le parole ‘normali’,  ma è la poesia che varca l’individualismo, la monade che ognuno di noi è e tocca e apre porte e finestre all’invisibile […].  Per i bambini e le bambine,  per loro, è il pane […]. A un corso di formazione su Psicologia della pace, qualche anno fa, avevo proposto che ognuno e ognuna provasse a esprimere con un concetto o una frase ciò che riteneva più interessante, il significato più intenso legato alla parola ‘Pace’…  E ad esempio  una donna aveva detto: ‘Pace come Convivialità delle differenze’.  Cosa sta sotto le nostre parole astratte, quale è il loro sedimento immaginativo, quali le radici delle parole vive che sostengono la nostra psiche?…. [Alla fine del nostro lavoro] è emersa una visione:  un giardino ai primi tepori del sole primaverile, il ghiaccio si scioglie, comincia la vita della terra gli insetti, uccelli, il riverbero della luce del sole… Un paesaggio di bellezza.  Mi era facile dimostrare come dentro quel giardino ci fosse tutto un mondo della natura oltre a un pensiero raffinato; mentre nella formulazione ‘Convivialità delle differenze’ – belle parole ma cerebrali – non ci sono formiche né uccelli, non c’è il sole…

E se poi partiamo con: Analisi del problema: che fare? Soluzioni e Progetto… C’è solo una fetta della vita…  In questo modo bellezza e tenerezza non sono mai fattori politici o di analisi, perché si parte da presupposti per cui eros è della sfera privata – cose stradette per alcune di voi – e oltretutto nella pratica lavorativa ho trovato che non funziona, non c’è fecondazione.

‘Il giardino ai primi raggi del sole…’ è un aiuto: siamo un giardino vivente, noi ci dobbiamo coltivare. Ci possiamo capire così con un bambino, una bambina” [5]. ‘Parole emozionate’. Un uomo ne parla.

Nella cura del linguaggio anche l’etimologia aiuta a rivelare significati.

Lidia Menapace con i suoi articoli sulla Scienza della vita quotidiana – ne ricordo alcuni su Il Foglio del paese delle donne – ci ha fatto riflettere sull’uso di parole belliche nella politica: tattica e strategia.  E su metafore dalla vita quotidiana, svalorizzanti: fare un pasticcio, fare un minestrone… ordire una trama …  Ma anche pensiamo a: Far lievitare, Impastare, Tessere reti, Far nascere, venire alla luce…

Spolveriamo il nostro immaginario e il nostro vocabolario!

Nel bel volume La vita alla radice dell’economia Ina Praetorius  dice “ogni concetto abbastanza rilevante dispone di un significato originario che riconduce a una società […] che non aveva ancora imparato a staccare una sfera alta maschile da una sfera bassa femminile […] Il concetto ‘materia’ per esempio risale alla parola ‘mater’ , madre […]. Parole apparentemente cosi diverse come ‘ingenuità’ e ‘natura’ risalgono alla parola ‘nasci’ , ‘essere nati’; ‘cultura’ intende originariamente la cura del corpo e dei campi, il ‘testo’ ha a che fare col tessile e crea una connessione tra prodotti di tessitura e testi verbali, ecc. […] Anche la parola ‘economia’ ha un interessante significato originario ma di questo oggi non si parla quasi mai. Per quanto io ricordi bene non ho mai letto nelle pagine economiche di un giornale che economia significa originariamente ‘legge, regole, dell’am­biente domestico’ [Oikos = ambiente domestico e Nomos = legge]. Nei manuali di economia […]nelle prime pagine si legge anche che il senso dell’economia è quello di soddisfare i bisogni. Nelle pagine successive, comunque, non si parla più né di ambiente domestico né di soddisfazione dei bisogni bensì di soldi e mercato, di costo del lavoro e di formazione dei prezzi […] Oggi tutti i settori dell’economia che si occupano dei bisogni primari sono esclusi dal dibattito economico e sono ritenuti insignificanti rispetto all’economia finanziaria: l’economia domestica, l’agricoltura a gestione familiare, i lavori di riparazione, la prevenzione e la cura […] “ [6]

La lingua si rinnova continuamente.

Pensiamo al termine ‘cura’ che fino a non più di venti anni fa aveva un’accezione immediata medica: si somministra una cura, si cura un/a paziente… Oggi il significato appare ricollocato nel vivere quotidiano e nell’esperienza di cura di sé e delle relazioni: aver cura di qualcuno/a o di qualcosa. E’ il pensiero delle donne sul ‘lavoro di cura’ che ha prodotto uno spostamento nella percezione del reale.

‘Femminicidio’ è una parola recente che indica lo spaventoso numero di omicidi di donne a Ciudad Juárez, Chihuahua, sul confine tra Messico e Stati Uniti. Ricordo una delle prime volte che la sentivo usare è stato da Anna Biffoli e Teresa Bruno a un seminario al Giardino dei ciliegi di Firenze (nel 2005 mi pare). La proponevano per dire degli aborti selettivi e degli infanticidi su femmine praticati soprattutto in alcuni paesi dell’Asia.  E ‘Delitto d’onore’ o ‘Omicidio passionale’? Mi paiono in disuso nei media che pure li hanno usati fino a pochissimi anni fa, semmai riappaiono con alcune differenze: se l’assassino è occidentale, è un singolo che ha perso la testa; altrimenti è un individuo appartenente a una cultura con un retaggio arcaico e che non accetta l’emancipazione delle donne.

‘Sopravvissute’ consente una percezione diversa di sé rispetto a ‘Vittime’ (di abuso sessuale, di stupro). Da un disastro  si può sopravvivere e poi vivere sostengono le donne dei Centri antiviolenza di donne

E Pat Carra con l’ironia apre orizzonti nuovi, svela l’orrore del neologismo ‘Bomba intelligente’…

- Sono una bomba intelligente

- Sarai anche intelligente, ma hai un carattere che fa schifo! [7]

_________________________________

NOTE

  1. Sulla decisione del PE segnalo un articolo dalla rivista on line Women in the city: “Gli stati membri del parlamento europeo hanno recentemente deliberato che dovrà essere posta da parte di ciascun paese membro un’appropriata attenzione affinché non venga usato un linguaggio sessista, ovvero ci si esprima tenendo conto della differenza di genere. La risoluzione rivolge un particolare invito a redattori e traduttori impegnati negli atti legislativi […] Questa iniziativa va a seguire le precedenti raccomandazioni del P. E. del 2006 in materia di linguaggio non sessista. Ci sono tuttavia da sollevare alcune obiezioni: una di esse riguarda il significato di “neutro”, termine che ricorre molto spesso nel testo”  http://www.womeninthecity.articolo21.com/it/rubrica.php?id=670&rubID=142 ; e infatti appare da un altro articolo – peraltro interessante e approfondito – come il ‘neutro’  sia neutralizzazione dei concreti corpi sessuati…  Saverio De Laura, Al Parlamento europeo una lingua senza sessi “Un linguaggio senza sessi per il Parlamento europeo: via libera a una lingua che rifletta in modo appropriato la sua adesione al principio dell’uguaglianza di genere: http://www.europalex.kataweb.it/article_view.jsp?idArt=87819&idCat=516 ; Dal ServerDonne: “da evitare secondo l’opuscolo : uomini d’affari, uomini politici, uomini di legge, uomini di scienza, uomini di Stato, uomini di lettere, uomini primitivi, che andrebbero sostituiti preferibilmente con: imprenditori, giuristi, scienziati, statisti, letterati, popoli primitivi. […] “l’uomo della strada”, a cui è preferibile “la gente comune”, e di sostituire con “nomi collettivi che coprano entrambi i sessi” i termini collettivi solitamente declinati al maschile, come: i magistrati (la magistratura); i docenti (il personale docente); gli insegnanti (il corpo insegnante); i dipendenti o i lavoratori (il personale); il direttore, il presidente (la direzione, la presidenza); gli assistenti di volo (il personale di bordo). fonte Apcom : http://www.women.it/cms/index.php?option=com_content&task=view&id=579&Itemid=81
  2. Progetto Polite. Saperi e Libertà: maschile e femminile nei libri, nella scuola, nella vita. Vademecum. Milano, Associazione Italiana Editori, 2001 e anche il testo on line del ‘99 Italia. Presidenza del Consiglio dei ministri Dipartimento Pari Opportunità, AIE, Codice di autoregolamentazione POLITE: Pari Opportunità nei Libri di Testo http://www.aie.it/Portals/21/Files%20allegati/Codice_di_autoregolamentazione_AIE.pdf
  3. Adriana Perrotta Rabissi, Donne di Parola. In: Scuola Ticinese, n 254, 2003
  4. Nell’ambito del progetto ho prodotto una scheda dal titolo “A che genere di gioco giochiamo” nel sito TempiSpazi del Comune di Prato con molti link a ricerche sul tema e segnalazioni di libri: http://www.tempiespazi.it/tempospazio/?act=i&fid=2302&id=20080626175938040 ;
  5. Gimbutas Marija, Il linguaggio della Dea. Ristampato da Venexia nel 2008, è una raccolta, classificazione, descrizione riccamente illustrata di circa 2000 manufatti simbolici provenienti da siti europei del Neolitico antico (7000-3500 AC) e costituisce una chiave interpretativa per la mitologia dell’epoca e del culto della Dea Madre della civiltà prepatriarcale;  Veroli Luisella, Prima di Eva: viaggio alle origini dell’ eros. Melusine, 2000; Mario Bolognese, Appunti [non rivisti dall’autore] dal Laboratorio conviviale sulla sensibilità poetica nel quotidiano, Firenze, 2008
  6. La vita alla radice dell’economia: seminario, Verona, 11-12 maggio 2007, anche on line http://lavitallaradicedelleconomia.blogspot.com/
  7. Pat Carra, Orizzonti di boria. Quaderni di via Dogana, 1999

Firenze, 16 settembre 2009, seminario su linguaggio e generi

SEMINARIO DI FORMAZIONE
Se non ne parli non esiste. Il genere femminile nell’italiano di oggi.

Programma seminario P.O. Linguaggio

Ricevo dalle amiche toscane il programma di questo seminario, che pur essendo rivolto alle operatrici e operatori degli enti che lo organizzano, e quindi NON aperto al pubblico, mi pare rappresenti un buon inizio del nuovo anno di attività a cui ci stiamo avviando. Sarà interessante leggere le relazioni di chi partecipa. Auguri e buon lavoro!

linguaggio sessuato, la sensibilità avanza tra le donne che si occupano di formazione e educazione

Da Repubblica, 8 giugno, 2009

Il sessismo linguistico: un contributo collettivo al dibattito

Alle redattrici, ai redattori, alle lettrici e ai lettori di Repubblica

Vogliamo invitarvi a  riflettere su un argomento a proposito del quale i mezzi di informazione possono avere una grande influenza. Negli ultimi giorni, in due importanti inserti su questo giornale, sono apparse espressioni poco rispettose della “parità di genere”. Il primo è il blog del professor Arcangeli, che, interpellato da una professionista su come usare i titoli professionali al femminile, consiglia espressioni come “la ministro”; il secondo, ancora più incredibilmente, è l’appello delle donne “Per una Repubblica che ci rispetti”, le cui firmatarie, cittadine illustri di questo Paese, si definiscono: sindaco, deputato, commendatore, e sono tutte donne.

Ora, la grammatica italiana è molto chiara: i nomi in –o formano il femminile in –a. Ragazzo/ragazza, maestro/maestra. Direste mai il maestra? O il casalinga? O l’uomo infermiera? E quindi: ministra, avvocata, sindaca, deputata. Se a qualcuno ‘suona male’, vuol dire che c’è un pregiudizio, uno stereotipo che sta facendo capolino. Non è il vocabolo ad essere strano, è il suo significato. La grammatica parla chiaro, quindi il problema non è la forma, ma ciò a cui essa rimanda. Non siamo abituati a queste parole al femminile perché le donne non hanno mai ricoperto quelle posizioni. Ora che le ministre, le avvocate e le architette ci sono, usiamo le parole giuste, perché l’eccezione del vocabolo (un nome maschile con un articolo femminile) richiama l’eccezionalità del significato: finché useremo espressioni anomale per indicare le donne, la loro presenza in posizioni di prestigio sarà sempre percepita e perpetuata come un’anomalia.

E non basta: sappiamo bene che se la sindaca suona male, le sindache suona malissimo, ma ciò non vuol dire che sia sbagliato; anzi, è la conferma di quanto appena detto: se la sindaca è rara e si fa fatica a trovarne una al singolare, figuratevi quante possibilità ci sono di usare questo nome al plurale! E meno si usa, più suona strano.Quindi, coraggio: cominciamo ad usarlo!

La scelta delle parole è importante perché la lingua in cui ci esprimiamo veicola il nostro pensiero. Non siamo razzisti, e le nostre parole sono coerenti col nostro pensiero. Non siamo nemmeno sessisti: e non dovranno esserlo nemmeno le nostre parole!

Chiamereste mai “negro” un vostro conoscente di colore? E la persona che vi pulisce casa, la chiamereste “serva/o”? E il netturbino, che tutte le mattine si sobbarca l’ingrato compito di pulire le strade della città, lo chiamereste monnezzaro? È chiaro che no, perché abbiamo sviluppato la consapevolezza che questi vocaboli sono portatori di pregiudizi e li abbiamo coscientemente, volutamente sostituiti con altri più rispettosi, grazie anche all’aiuto delle istituzioni e dei mezzi di informazione, tra cui la stampa, appunto.

Da oltre due decenni studiose e studiosi italiani affrontano il problema del sessismo linguistico e concludo con le parole di una di loro, Alma Sabatini: “Quando ci si vergognerà altrettanto di essere considerati “sessisti” molti cambiamenti qui auspicati diventeranno realtà “normale”.

I cambiamento possono essere incoraggiati, se si crede in essi: questa lettera è il nostro piccolo contributo.

Post scriptum: per i dubbi linguistici relativi al femminile, esiste un ottimo strumento: Il genere femminile nell’Italiano di oggi: la norma e l’uso, realizzato da Cecilia Robustelli, docente di Linguistica Italiana all’Università di Modena e Reggio Emilia, su incarico della Direzione Generale per la Traduzione della Commissione Europea nel 2007.

Sottoscritto da un gruppo di lettrici e lettori diversamente impegnati nei campi dell’insegnamento scolastico e universitario, della ricerca scientifica, della cultura e della comunicazione:

Raffaella Anconetani, Docente di italiano e latino presso il Liceo Scientifico di Roma

Rossana Annacondia , Docente di materie letterarie, latino e greco – Liceo “Virgilio” di Roma

Maria Antonietta Berardi, Dirigente T. A. presso il  CNR-IBF

Francesca Brezzi, Professoressa di Filosofia morale, “Roma Tre”

Marcella Corsi, “Sapienza” Università di Roma

Livia De Pietro, Prof.ssa di Lettere e critica letteraria

Aureliana Di Rollo, Prof.ra Liceo “Foscolo” di Albano L.

Maria Pia Ercolini, Docente di Geografia, IIS “Falcone” di Roma

Renata Grieco Nobile, Professoressa, Scuola Media di Riano

Alessandro Gentilini, Professore a contratto all’Università “Sapienza” di Roma

Simona Luciani, Prof.ra, Liceo “J.F.Kennedy” di Roma

Nadia Mansueto, Docente di Italiano e Latino al Liceo Classico “Socrate” di Bari

Rosanna Oliva, Presidente di “Aspettare stanca”

Maria Nocentini, Docente di Italiano e Latino al Liceo “Joyce” di Ariccia (Roma)

Cristina Sanna, Giornalista di “RomaGiovani” e Com. Pari Opportunità dell’Università Tor Vergata

Maria Serena Sapegno, Prof. di letteratura italiana ‘Sapienza’ Università di Roma

Ilaria Tanga, Radiologa, Ospedale Civile “Paolo Colombo” di Velletri

Maria Cristina Zerbino, Docente di materie letterarie, latino e greco, Liceo “Montale” di Roma

Razzismi

segnalazione di Giancarla Dapporto (Libera Università delle  donne di Milano):

 ”Non amano l’acqua, molti di loro puzzano perché tengono lo stesso vestito per molte settimane. 
> Si costruiscono baracche di legno ed alluminio nelle periferie delle 
> città dove vivono, vicini gli uni agli altri.  Quando riescono ad 
> avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti. 
> Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso di cucina. 
> Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci. 
> Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti. Molti 
> bambini vengono utilizzati per chiedere l’elemosina ma sovente davanti 
> alle chiese donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani 
> invocano pietà, con toni lamentosi e petulanti.  Fanno molti figli che 
> faticano a mantenere e sono assai uniti tra di loro.  Dicono che siano 
> dediti al furto e, se ostacolati, violenti. Le nostre donne li evitano 
> non solo perché poco attraenti e selvatici ma perché si è diffusa la 
> voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche 
> quando le donne tornano dal lavoro. I nostri governanti hanno aperto 
> troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo 
> selezionare tra coloro che entrano nel nostro paese per lavorare e 
> quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, attività 
> criminali”. 
> La relazione così prosegue: “Propongo che si privilegino i 
> veneti e i lombardi, tardi di comprendonio e ignoranti ma disposti più 
> di altri a lavorare. Si adattano ad abitazioni  che gli americani 
> rifiutano pur che le famiglie rimangano unite e non contestano il 
> salario. Gli altri, quelli ai quali è riferita gran parte di questa 
> prima relazione, provengono dal sud dell’Italia. Vi invito a 
> controllare i documenti di provenienza e a rimpatriare i più.  La 
> nostra sicurezza deve essere la prima preoccupazione”.
> (testo tratto da una relazione dell’Ispettorato per l’Immigrazione del
> Congresso americano sugli immigrati italiani negli Stati Uniti, Ottobre
> 1912)

 ”Non amano l’acqua, molti di loro puzzano perché tengono lo stesso vestito per molte settimane. 

 Si costruiscono baracche di legno ed alluminio nelle periferie delle 

 città dove vivono, vicini gli uni agli altri.  Quando riescono ad 

 avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti. 

Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso di cucina. 

 Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci. 

 Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti. Molti 

 bambini vengono utilizzati per chiedere l’elemosina ma sovente davanti 

 alle chiese donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani 

 invocano pietà, con toni lamentosi e petulanti.  Fanno molti figli che 

 faticano a mantenere e sono assai uniti tra di loro.  Dicono che siano 

dediti al furto e, se ostacolati, violenti. Le nostre donne li evitano 

 non solo perché poco attraenti e selvatici ma perché si è diffusa la 

voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche 

 quando le donne tornano dal lavoro. I nostri governanti hanno aperto 

 troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo 

selezionare tra coloro che entrano nel nostro paese per lavorare e 

quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, attività 

 criminali”. 

 La relazione così prosegue: “Propongo che si privilegino i 

 veneti e i lombardi, tardi di comprendonio e ignoranti ma disposti più 

 di altri a lavorare. Si adattano ad abitazioni  che gli americani 

 rifiutano pur che le famiglie rimangano unite e non contestano il 

 salario. Gli altri, quelli ai quali è riferita gran parte di questa 

 prima relazione, provengono dal sud dell’Italia. Vi invito a 

 controllare i documenti di provenienza e a rimpatriare i più.  La 

 nostra sicurezza deve essere la prima preoccupazione”.

 

 (testo tratto da una relazione dell’Ispettorato per l’Immigrazione del

 Congresso americano sugli immigrati italiani negli Stati Uniti, Ottobre

 1912)

 

Tornate a casa

Tornate a casa

di Monica Lanfranco

Ma sì, facciamola finita con queste lagne. Ora è finalmente certificato da
una indagine accurata: in Italia il 55% degli uomini, il 33% delle donne e
ben il 74% dei giovani sotto i trent’anni lo dice apertamente, e si tratta
di una persona su tre. Sono le donne che si cercano la violenza, se sono
troppo disinibite, libere, scollate e ambigue. Insomma, alle volte le
vittime ‘possono dare la colpa a loro stesse per l’aggressione subita’.
Tanto che, ’se fossero meno provocanti, le violenze sessuali si ridurrebbero
in modo drastico’.
Questo, nero su bianco, emerge dalla ricerca durata tre anni, resa nota
dall’Airs (Associazione italiana per la ricerca in sessuologia) dal titolo
Dalle molestie sessuali allo stupro, un lavoro che ha coinvolto con un
questionario ad hoc tremila persone, per individuare le principali variabili
all’origine della violenza sessuale. Gli stesso vertici dell’associazione
sono allarmati. “Fra le risposte che ci hanno sorpreso e sconcertato
maggiormente, – ha detto il presidente dell’Airs Avenia, c’è questa sorta di
colpevolizzazione della vittima. Alla domanda 24 (Secondo lei, le donne sono
spesso libere e ambigue sessualmente e ciò le rende alle volte responsabili
della violenza sessuale che possono subire?) il 55,8% degli uomini ha
risposto affermativamente, come pure il 43% delle donne e il 75% dei
giovani. Dunque non stupisce troppo che poi – prosegue il sessuologo – il
56% dei maschi pensi che, se le donne fossero meno provocanti, la violenza
sessuale diminuirebbe. La pensa così il 33% delle donne e il 74% dei
giovani. Ci aspettavamo una piccola percentuale di giudizi di questo tipo,
ma non certo dati simili”. Dal sondaggio emerge, inoltre, che per il 15,7%
degli uomini e il 10% delle donne l’imposizione di un rapporto alla moglie o
fidanzata non sia violenza. Per questa percentuale di uomini non c’è nulla
di sbagliato, e per le donne non esiste motivo di ribellarsi. Ancora:
sguardi, fischi e atteggiamenti che mettono a disagio la vittima per il 50%
degli uomini non sono molestie, un’idea condivisa dal 43% delle donne. Che
serve aggiungere ancora, per avere la certezza che nella nostra cultura
ormai è maggioritaria l’opinione che l’aggressività, la misoginia e il
sessismo di parole, sguardi e allusioni esplicite sono da considerarsi
normali e accettabili nelle relazioni tra i generi e che un molestatore,
anche solo a parole, è a livello psicologico già un violentatore? A che
serve sottolineare che, conclude la ricerca “in una società violenta le
aggressioni sessuali aumentano; allusioni pesanti e un linguaggio
irrispettoso devono far risuonare un campanello d’allarme nelle potenziali
vittime”. Ma quali vittime? Andiamo. Che a tasa, che a piasa, che a staga a
casa, risuona un dolce adagio veneto. Non han forse sempre ragione le buone
vecchie tradizioni? Proprio nel giorno della presentazione della ricerca
coincidenza vuole che il Corsera pubblichi una lettera (molto adeguata al
clima culturale italiano in tema di rapporti tra donne e uomini) della
deputata Pdl Melania Rizzoli rivolta a Veronica Lario, a nome di molte altre
colleghe del Parlamento. Rizzoli scrive chiamando la signora Lario non con
il suo cognome, ma con quello del celebre marito, e le ricorda che “lei ha
sposato un uomo fuori dal comune, che ha sempre avuto quel carattere che lo
contraddistingue e che è parte del suo fascino”. Sostiene, con piglio
femminista incongruo rispetto alla fascinazione poc’anzi espressa per il
travolgente capo, che la decisione del divorzio ha “fatto tornare indietro
di colpo di cinquant’anni le donne, a quando erano comandate dal maschio
dominante ed erano bersaglio del maschilismo becero, a quando venivano
considerate solo corpi da guardare e sesso da godere, mentre le proprie
mogli erano solo madri e necessariamente casalinghe”. Rizzoli prosegue
convinta che il ciarpame non sia frutto della semina sessista che ha ormai
colonizzato il paese. Al contrario: la colpa è di Veronica Lario. “L’eco
delle sue parole è arrivato sulla stampa estera, dove le italiane sono state
dipinte come cortigiane, tutte seno e labbra rifatte, e l’Italia, il cui
Capo del Governo ha il cognome che porta lei ed i suoi figli, ritratta come
un Paese di veline, tutte col book fotografico sotto il braccio, che mostra
il ‘lato B’, nostro orgoglio nazionale! Cara Veronica, torni a parlare con
suo marito, privatamente però, e con la vostra famiglia che cresce”. Allora,
c’è ancora qualcuna che non ha capito? Il divorzio, pur legge dello stato,
forse andrebbe rivisto e abolito, le donne per natura un po’ puttane lo
sono, gli uomini per natura hanno una sessualità incontinente, e sono le
prime a doversi regolare: va bene sculettare, ma solo un po’, e se poi si
esagera pazienza, che volete che siano quei cinque, dieci minuti (se siete
fortunate) di eccesso di testosterone? Te la sei cercata, no? E, per favore,
parla con tuo marito, fidanzato, amico, amante, zio, conoscente. Ma in
privato, che c’è la famiglia da tirare avanti.

Squadristi dell’incultura

Quando nel 1986 Alma Sabatini pubblicò le “Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana”, l’opuscolo venne accolto da una raffica di lazzi e frizzi. Quelle che, fatte proprie dalla Commissione nazionale alle pari opportunità, erano delle indicazioni su cui riflettere vennero recepite come un’imposizione e come un intollerabile attentato alla lingua italiana. Gli sghignazzi su termini considerati ridicoli solo perché non usati comunemente benché perfettamente corretti linguisticamente si sprecarono. Le “Raccomandazioni” e il successivo libro del 1987 di Alma Sabatini, “Il sessismo nella lingua italiana”, erano già allora il frutto di numerose analisi sul linguaggio condotte da studiose di vari paesi – esemplare per l’Italia quella di Patrizia Violi, “L’infinito singolare” – da cui venivano ricavate indicazioni pratiche che si invitava a seguire.
Da allora sono passati più di vent’anni ma poco è cambiato e le indicazioni sono state recepite e fatte proprie solo in alcuni ambienti, come ad esempio da qualche quotidiano o amministrazione comunale, ma nella generalità delle istituzioni pubbliche il neutro-maschile impera tenacemente e quasi non esistono documenti ufficiali in cui sia indicata la differenza di genere. Che si vada alla posta, in banca, all’ASL o in un ufficio qualsiasi ci si trova a dover compilare moduli in cui si può risultare unicamente “il” cliente, correntista, paziente, delegante ecc. oppure “il direttore”, “l’amministratore”, mentre in biblioteca o in internet possiamo fare ricerche unicamente per “autore”, “traduttore”, “curatore”.
In altre lingue le forme di cancellazione o di svalutazione del femminile possono essere diverse ma i risultati non cambiano e, a quanto pare, poco è cambiato anche nell’uso se l’Unione Europea ha ritenuto opportuno stilare un regolamento comunitario che dia indicazioni in merito a come formulare i documenti ufficiali. Questo non vuol dire limitare la libertà di espressione ma, in qualche caso, far rispettare alcune regole di grammatica o delle elementari norme di buona creanza. Conoscendo la cautela dell’UE, dubito che le direttive siano dittatoriali e tanto meno rivoluzionarie ma come tali sono state vissute e hanno dato luogo a reazioni scomposte.
Tra queste dispiace dovere annoverare quelle comparse domenica 22 marzo nell’inserto Domenica del Sole24ore. Per un inserto culturale serio e di buon livello come il vostro, pubblicare un intervento come quello a firma Diego Marani, è stata un’incredibile caduta di stile. L’intenzione si presume fosse quella di scrivere un pezzo spiritoso ma il risultato è invece all’altezza della prosa di un rappresentate della lega.
Non consono, poi, all’abituale accuratezza pubblicare, dandogli inoltre un eccessivo rilievo, quello di Giuseppe Scaraffia, scritto evidentemente su commissione e di fretta, senza conoscere i termini del contendere od essersi abbastanza documentato, perché, a meno che alla CEE non lavorino persone che nulla sanno sugli Women’s Studies o che li abbiano completamente travisati, non si tratta di “cancellare le differenze di genere” e quindi discettare su una Madame Bovary uomo non è pertinente.
Tornando all’articoletto di Diego Marani, non so se Diego Marani sia signore o signorino e quindi non so se lo si possa definire uno zitello, ma acido lo è sicuramente. Acidità scatenata, e qui mi improvviso psicologa della domenica, da un irrisolto conflitto adolescenziale con una qualche insegnante da cui si è ritenuto ingiustamente svalutato e che rimpiange di non potere qualificare da vecchia zitella, con tanto di corredo di acidità e nei pelosi. Non so che mestiere faccia ora il signore, o signorino, Marani ma certo non avere licenza di ricorrere alla stessa forma di apprezzamento nei confronti di colleghe o datrici di lavoro verso le quali ha qualche conto in sospeso deve costargli molto. Il nostro credo si ritenga una persona civilizzata perché, presumo, non ha avuto occasione di stuprare qualche donna ma non si rende conto che la volgarità del suo attacco misogino (e, tanto per non scontentare nessuno, anche omofobo) è una forma di violenza sessuale anch’essa.
In questi nostri tempi bui – per tutti e non solo per le donne ma per le donne, come al solito, in modo particolare – della violenza sulle donne ci si ricorda solo per usarla come pretesto per far passare provvedimenti xenofobi e liberticidi. Invece di istituire ronde, sarebbe invece molto più opportuno creare squadre di spazzini che liberino le menti dalla spazzatura che vi si è accumulata , trasformandole in terreno sgombro da pregiudizi pronto ad accogliere un qualche seme di conoscenza e civiltà.
Luciana Tufani

P.S.: Da tempo medito di creare su Facebook un gruppo di pressione per la diffusione del linguaggio di genere, se non l’ho ancora fatto non è solo perché non ne trovo il tempo. Su FB vengono trasformati pari pari termini inglesi in italiano senza tenere conto delle differenze tra le due lingue. Forse i responsabili italiani del sito le ignorano o forse non ne vogliono tenere conto. Già sono indicata come “amministratore” del gruppo Associazione culturale Leggere Donna e di quello del Centro Documentazione Donna di Ferrara, sarebbe ancora più paradossale che per un gruppo come quello sul linguaggio di genere risultassi “il fondatore”.

Neutralità di genere

Scrive Paola:

Linguaggio maschilista, la UE, la becera cagnara dei media di tutta Europa
Lun 20.04
L’Unione Europea raccomanda, nella stesura di documenti ufficiali, di evitare termini maschili con funzione di neutro. Distribuscisce un manualetto in tutte le lingue adottate con istruzioni ad uso sopratutto dei suoi dipendenti.
Maggiori particolari sul fatto nel post del Serverdonne .
Apriti cielo! Una cagnara di media grandi e piccoli, da noi ad esempio l’inserto del Sole24ore di domenica, tono semiserio per un’arrogante carrellata di luoghi comuni maschilisti…con voluto travisamento dello scopo principale dell’iniziativa.
E’ chiaro che i redattori dei pezzi, opinionisti di fama, non hanno mai avuto l’esperienza di abitare da sempre in una lingua che non prevede l’esistenza di DUE o PIU’ generi – a partire da quello femminile -con ogni diritto ad vedere rappresentata la propria esistenza e soggettività.
E magari si crederanno perfino spiritosi! invece sono dei buzzurri ignoranti.
Anche Francesco Sabatini, presidente dell’accademia della Crusca, nel 1987 raccomandava un uso non sessista della lingua. E ricordiamo Alma Sabatini e il suo insuperato manuale, che ormai è uscito più di 20 anni fa…
Propongo di scrivere lettere di protesta alle redazioni dei giornali e ovunque l’iniziativa UE è stata commentata in questo modo, chiedendo una informazione reale sull’avvenimento.

Risponde Adriana:
Ho letto sia la tua nota che ho sottoscrito su facebook, sia l’articolo
sul Server firmato FF, che credo sia Federica; in realtà l’impostazione:
neutralità di genere non mi piace, ci risiamo col falso neutro.
Comunque forse è importante comunicare il problema anche a livello istituzionale
(amministrazioni, uffici…)
Osserva Paola:
Credo che in questo caso, dico del manuale europeo, la cosa
interessante sia: cercare di sostituire falsi neutri (termini
maschili) con termini o circonlocuzioni che si approssimino di più a
“neutri reali” che in italiano e altre lingue non esistono. E’ la
stessa tendenza che nella comunicazione via internet, ma non solo, fa
troncare l’ultima o le ultime lettere e le fa sostituire con
asterischi, chiocciole e via sbizzarrendosi.
La mia opinione è che questo movimento è all’interno di una più
generale riconsiderazione di come significare i generi; e ancora di
più, dall’emergere di una idea che i generi, come costruzioni
socio-simboliche, non sono legati “solo” ai caratteri sessuali che si
hanno alla nascita, (che anche essi possono essere ibridi), ma anche
alle scelte, alle opzioni, alle determinazioni che la soggettività
assume durante il corso della vita (scelte e/o costrizioni, o insieme)
Quindi il maschile e il femminile nel linguaggio non possono più
“rappresentare” tutte le possibili sfumature dei generi (vedi
l’emergere a livello mondiale dei movimenti GLBT). Ma non si tratta
solo di scelte di oggetti sessuali, o di comportamenti sessuali .
Credo che si rivendichi vere e proprie forme diverse di soggettività,
che non trovano rappresentazione né nel maschile né nel femminile.
Credo che qui sia più o meno esplicita una critica della differenza
sessuale in senso essenzialistico, anti-storico (“o maschi o
femmine”- infatti oggi le posizioni vaticane si appoggiano volentieri
a questo concetto di differenza, e viceversa, mentre si scagliano
contro le teorie del “gender” come costruzione essenzialmente sociale,
culturale e simbolica, che aprono le porte alle soggettività
trasgressive…)
Credo anche che “questo” concetto di “neutro”, come sospensione della
possibilità di identificare nel già previsto, sia più vicino alla
nostra critica del linguaggio e allo sforzo che abbiamo fatto per fare
emergere il femminile come appunto “imprevisto” dal linguaggio.
Trasgredendo diverse regole, non solo grammaticali.
Però occorre mantenere alta la tensione a capire come le
trasformazioni sociali, e in queste, le punte più incisive e
corrosive, possano aprire ancora una volta il linguaggio a nuove
avventure. In questo senso il neutro simboleggiato dalla @ è diverso
dal neutro astratto dei termini come “adolescenza” al posto di
adolescenti maschi e femmine Qui si allude alla soggettività, alla
sessualità, alla sua trasformazione, alle sue performance dentro e
fuori la lingua. Paradossalmente, ci trovo un maggiore legame con il
“corpo”, la corporeità piuttosto scandalosa, che viene oggi esibita
invece che nascosta. Perciò questo casino. Ma ben venga…
Fammi saper come la pensi.

Concorda Adriana:

E’ proprio questo l’ambito nel quale mi sto muovendo: non a caso sto
studiando gli ultimi libri di Butler : La disfatta del genere e Critica
della violenza etica, perché la questione è sì uscire da ogni essenzialismo
(che sia culturale o biologico), ma non si può uscire in regressione (per
quanto riguarda la lingua ricorrendo al maschile unificante o al neutro
astratto dai corpi) nel senso di dire che parlare di differenza
maschile/femminile non ha più senso, bensì fare un salto verso un riconoscimento
delle soggettività diffferenti e moltiplicantesi, libere dalla gabbia logico-linguistica
maschile o femminile.
Detto questo, in questo momento, non si può ignorare il fatto che un conto è
il/ i genere/i (meglio in italiano sessi/generi di appartenenza),
indipendentemente da qualsiasi orientamento sessuale, permanete o temporaneo
(altro mito da sfatare nella percezione del senso comune), e un conto è il
fatto che esistono donne e uomini a cui dare paritaria rappresentatività in
tutti i settori, indipendentemente dai generi/sessi scelti o attribuiti
La violenza sessuale è un fatto prevalentemente maschile, la riproduzione
biologica è un fatto ancora (non so per quanto) completamente femminile;
questi due aspetti coinvolgono le vite di milioni di donne e milioni di
uomini.
Come si fa nella pratica della lingua?
E’ quello che non so ancora bene, comunque quello a cui accenni di indicare
con chiocciola, asterisco o quant’altro il problema nelle finali mi sembra
una buona soluzione, anche se provvisoria; sono poi anche convinta che non
si possa tralasciare di raddoppiare desinenze e termini, nelle scritture non
digitali.

Da Linguaggiodonna al web semantico. Racconto di un’esperienza

Intervento a due teste e quattro mani, in relazione alle competenze specifiche.
Sulla fine degli anni Settanta nasce, nei Centri di documentazione , biblioteche, librerie e archivi delle donne, che cominciavano a sorgere come esito del femminismo, la necessità di un’attività di documentazione in propettiva di genere.
La crescita qualitativa e quantitativa di investimento culturale da parte delle donne, che si concretizza
A da un lato nell’ aumento della produzione scritta delle/sulle donne,
B dall’altro nella rilettura di testi del passato a firma femminile,
comporta nuovi bisogni informativi, dettati dalla necessità di far emergere i contenuti di una produzione, sovente eccentrica rispetto alle partizioni disciplinari ufficiali, evitando l’invisibilità determinata dai metodi di classificazione in uso; che a causa dell’androcentrismo della nostra lingua-pensiero, occultavano sia la presenza che l’assenza delle donne reali dai processi culturali, economici, politici e sociali.
Si mette sotto critica l’ inadeguatezza dei due sistemi più usati allora: il Decimale Dewey e il Soggettario Nazionale, verificata in momenti di incontro e coordinamento dei dieci Centri e biblioteche che daranno di lì a poco vita alla Rete Lilitha, conducono alla sperimentazione di nuovi linguaggi di indicizzazione che ha trovato un primo momento di confronto nel Convegno internazionale del 1988 Perleparole. Le iniziative a favore dell’informazione e della documentazione delle donne europee, organizzato per il Centro studi…. da Beatrice Perucci e da me, finanziato dalla Commissione delle Comunità europee, a cui hanno partecipato Centri delle donne, Archivi e biblioteche europee e italiane.
A portare avanti in Italia la ricerca e sperimentazione su nuovi strumenti improntati a diversi criteri e metodi biblioteconomici e archivistici sarà dunque il gruppo di lavoro “Informazione e documentazione”, costituitosi nel 1988 all’interno del “Coordinamento Nazionale dei Centri, Biblioteche, Librerie e Case delle donne”, poi la Rete Informativa Lilith.
Nasce così l’idea di sperimentare un nuovo linguaggio di indicizzazione, il thesaurs “Linguaggiodonna” messo a punto da Perucci e da me, con la collaborazione di Codognotto, nell’ambito delle attività del Centro studi storici di Milano, fondato nel 1979 da Pierrette Coppa e Elvira Badaracco, dal 1994 Fondazione Badaracco..
Al momento della sua costruzione alcuni temi e prospettive che oggi sono largamente diffusi nella consapevolezza generale non erano così condivisi; fra i tanti tre sono quelli con cui abbiamo dovuto misurarci nella costruzione del Thesaurus, mi riferisco:
1- alla messa in discussione della separazione tra pubblico e privato nei campi della politica, del sociale e della cultura, con la relativa segregazione di uomini e donne nelle due sfere di riferimento
2-alla falsa universalità degli apparati disciplinari (categorie analitiche e teoriche apparentemente rappresentanti uomini e donne, ma costruite su un modello di soggettività maschile)
3-al sessismo della lingua italiana (e di conseguenza della mentalità di molte donne e molti uomini), nascosto dall’androcentrismo della nostra lingua, che svalorizza e/o cancella la dimensione di vita e pensiero delle donne.
Per quanto riguarda il primo punto l’impianto concettuale di Linguaggiodonna si fonda sulle tematiche che hanno costituito i nodi teorici della riflessione femminile, mi limito a segnalare l’inserimento di partire da sé, rapporti tra donne, relazione madre-figlia, autocoscienza, nel microthesaurus POLITICA, così come lavoro familiare nel microthesaurus LAVORO.
Sul secondo e terzo punto ci siamo regolate con soluzioni ispirate ai lavori pionieristici di Alma Sabatini e Patrizia Violi, con scelte grammaticali e lessicali anche in contrasto con i criteri di economicità necessari a un linguaggio di indicizzazione, che si avvale sì del linguaggio naturale dei documenti ma tratta i termini come simboli; così per dare visibilità ai soggetti concreti sessuati,
1 abbiamo evitato l’astratto (adolescenza, infanzia..) per dare visibilità ai soggetti sessuati in carne e ossa;
2 abbiamo raddoppiato le desinenze dei sostantivi, o i termini interi, (oggi si ricorre al’asterisco, meglio che niente, segnala l’esistenza di due soggetti);
3 inoltre si è pensato di invertire sistematicamente l’ordine di presentazione dei termini strutturati in coppie oppositive, sostituendo il femminile al maschile come primo termine della coppia, considerato che nella lingua italiana il primo termine delle coppie oppositive è sempre connotato al positivo, e il secondo al negativo (buono/cattivo, bello/brutto, natura/cultura, uomo/donna),
4 poi ci sono i problemi dei termini invariabili, participi presenti sostantivati, o epiceni,che nella lingua d’uso sono distinti dall’articolo, mentre in un linguaggio di indicizzazione non è possibile, allora siamo ricorse al modificatore donna.
Questo era ieri, oggi donne e uomini informano e comunicano tra loro soprattutto attraverso il web.
Questa grande trasformazione del medium, e i suoi rapidi sviluppi, ci impongono anche sul terreno della rappresentazione della conoscenza di genere nuovi e impegnativi problemi. Il Thesaurus Linguaggiodonna, anche nelle sue intenzioni destrutturanti di stereotipi sessuali, si è basato su testi soprattutto cartacei, oggi i due universi coesistono, ma il medium digitale è già il presente e sicuramente il futuro.
Proviamo a porre alcuni problemi che ci sembrano ineludibili:
relativo al social tagging
oggi milioni di persone, con gli strumenti del web2.0, praticano il social tagging, attribuiscono parole chiave a documenti di tutti i tipi sul web per sintetizzare il contenuto e per consentire a se stessi o a altri utenti il reperimento. Una gigantesca operazione di indicizzazione “dal basso”, la cui importanza è ben nota e trasformata in valore di mercato dalla Net Economy. Si stima che ci siano 150 milioni di blog oggi sul web, in tutte le lingue. A prescindere da tutti i problemi dell’identità virtuale (di cui scrive Patrizia Violi nel suo saggio su “Tecnologie di genere”) forse più della metà sono creati da donne.
Sarà possibile analizzare questa attività dal punto di vista di una soggettività di genere, delle sue trasformazioni, se va nella direzione di confermare o modificare stereotipi sessuali insiti nel linguaggio (nei molti linguaggi)? I numeri stessi della base di indagine implicano studi che non sono più alla portata di singole ricercatrici o di gruppi ristretti.

Relativo alla negoziazione dei significati

L’allargamento delle basi dati pone poi un altro problema, per fare un esempio recente, al di fuori dell’esperienza della Rete Lilith, è stata molto complessa la creazione del Thesaurus di Archivi del Novecento, su una base di dati allargata ai patrimoni degli archivi storici di meno di un centinaio di Istituti italiani, e oltretutto abbastanza omogenea per ambito storico e linguistico. Operazione fatta tra l’altro da specialisti del settore: ma la “negoziazione dei significati” per creare uno strumento unico e condiviso ha comportato tempi lunghi e scelte difficili, con l’esclusione, ad esempio, della sessuazione del linguaggio adottato (i “partigiani” vale per maschi e femmine…)

Relativo al Web semantico: processi sociali di negoziazione di significati

La stessa difficoltà, su una base immensamente più vasta, è alla radice dei problemi della creazione di ontologie, alla base del web semantico. Le ontologie, vocabolari specifici per un dato dominio di conoscenza strutturati in linguaggi comprensibili dalle macchine, non dovrebbero limitarsi “a una gerarchia di concetti organizzati con relazione di sussunzione, ma devono prevedere anche le relazioni semantiche che descrivono le relazioni tra concetti” (Citiamo da uno studio di E-learningLab , rete di istituti di ricerca legati all’Università di Genova, disponibile su web http://www.elearninglab.eu/index.html) .  E ancora:  “Uno dei problemi principali di fronte a cui ci si trova quando si parla di ontologie, è quello della condivisione e della conciliazione di esigenze e punti di vista diversi, in sostanza delle infinite visioni del mondo. Per tale motivo la generazione di un’ontologia fondante e totale risulta essere un utopia e sempre più, anche nell’ambito del Web Semantico, si sta sviluppando un movimento di sviluppo di ontologie provenienti dal basso, ovvero emergenti dal senso comune e dai processi sociali di negoziazione dei significati. (…) L’onerosità

della mappatura delle risorse, la piena interoperabilità tra i diversi linguaggi utilizzati per la descrizione dei dati e le relazioni tra essi, i cambiamenti, anche culturali, profondi che si richiedono soprattutto in fase di progettazione dei documenti destinati al web richiedono uno sforzo supplementare e quell’adeguamento sociale e tecnologico che fin dagli inizi Berners Lee aveva indicato come chiave del cambiamento.”

Mi pare che il concetto al centro di quest’analisi sia la “negoziazione dei significati”. In che modo il “punto di vista di genere” nel senso dell’esistenza e della necessità di rappresentare (almeno) due generi, può essere assunto come attore in questo processo, che pur partendo “dal basso” può e deve, se vuole avere successo, vedere nelle “agenzie di donne” sul web dei soggetti attivi e propositivi? Segnali in questo senso si vedono nel ruolo “di punta”  che gruppi e singole si stanno assumendo,  per fare esempi vicini e presenti qui, dalla “Cercatrice di rete” del Server donne, ai blog di singole come “La rete non è neutra”, alla pubblicazioni di libri come il già citato “Tecnologie di genere”. Anche la Rete Lilith, oggi in un momento di trasformazione che vede come protagoniste alla pari le singole donne insieme ai Centri e associazioni, può avere un ruolo in questa ricerca.

Bisognerebbe uscire dalla situazione attuale di frammentazione, questo convegno è un passo avanti importante, perché, come si diceva prima, gli ambiti sono immensamente più vasti, trasversali agli studi sui linguaggi e sulle trasformazioni culturali e soggettive di genere e di sociologia del web, che possano relazionarsi con gli aspetti specifici delle web technologies (sulla necessità di aumentare la presenza femminile consapevole in questo ambito molto mascolino abbiamo le attività di riferimento di GenderChangers ,Tecnè donne …) . In conclusione, non possiamo che auspicare lo stabilirsi di una rete di iniziative e studi che riesca a valorizzare insieme le esperienze del passato e i nuovi spunti di ricerca, per potenziare ancora una volta la soggettività femminile in un contesto che  è insieme, così “vecchio”e così cambiato allo stesso tempo.

Paola De Ferrari  Adriana perrotta  Rabissi

Tavola Rotonda a Milano, Palazzo delle Stelline

GIOVEDÌ 12 marzo 2009
ORE 14.30 SALA PORTA
Controllo terminologico. Uno strumento strategico per la comunicazione tra i professionisti dell’informazione a livello europeo. Il caso degli studi di genere
A cura del Gruppo Web semantico
14.30 Registrazione partecipanti
14.40 Il Gruppo Web semantico – Paola Capitani
14.50 Biblioteca Digitale – Annamaria Tagliavini, La Biblioteca italiana delle donne di Bologna – www.women.it
15.10 Da Linguaggiodonna, primo thesaurus di genere italiano, ai problemi del web semantico – Adriana Perrotta Rabissi, Rete Lilith – www.retelilith.it
15.25 La terminologia di genere nel panorama europeo: European Women’s Thesaurus (EWT) – Mela Bosch
15.45 Terminologia di genere ed editoria – Alessandra Giordano
16.00 Per un thesauro sulla moda: l’esperienza del Centro di documentazione di Polimoda – Marcella Mazzetti, Polimoda – www.polimoda.com
16.15 Terminologia di genere nelle competenze – Giovanna Coppini – www.personae.it
16.30 Problemi terminologici sul Life Long Learning (Sistema integrato istruzione – formazione – lavoro) – Luigi Taccone, consulente
16.50 Donne soggetto in biblioteca – Eleonora Cirant, Unione Femminile Nazionale di Milano
17.10 Conclusioni e proposte per il 2009
Per informazioni: paolacapitani@libero.it

Un bel libro: Tecnologie di genere. Teoria, usi e pratiche di donne nella rete

Libro nuovissimo, appena uscito per la Bononia University Press (si può ordinare online al sito della casa editrice, seguendo questo link:  curato da Cristina Demaria e Patrizia Violi, si proprio lei, il nostro nume tutelare…

Oltre a  tutti gli interessanti saggi che lo compongono su vari argomenti, indicati dal titolo, tra i quali un intervento di Marzia Vaccari “Tecnologia neutra ma non neutrale” e di Federica Fabbiani “La frontiera di genere dell’egovernement”, per citare due “facce conosciute”, e il bel saggio di Patrizia Violi sui blog e l’uso che ne fanno le donne, segnalo anche l’intervento di Antonella Mascio, “Voci di donne nelle comunità virtuali”, in cui recensisce e analizza quattro blog al femminile, tutti diversi tra loro, tra i quali anche questo, il Blog della rete Lilith.

Sul Serverdonne qui il video della presentazione del libro