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Prostituzione, ipocrisia, repressione: lettera dal Centro donna di Ferrara

Riceviamo e pubblichiamo  questa lettera sui recenti provvedimenti legislativi dal Centro documentazione donna di Ferrara.

Dunque, ci risiamo. Per togliere di mezzo la prostituzione l’essenziale, secondo la Ministra Carfagna, è togliere dalle strade clienti e prostitute. La stessa ricetta “inventata” con modalità bipartisan per sottrarre al nostro sguardo di persone “per bene” lavavetri, nomadi, mendicanti, extracomunitari. Se per i nomadi si scoprono sempre nuovi ponti sotto cui accatastarli, purché siano oltre la cintura delle città, fuori le mura, oltre i raccordi anulari; se per gli immigrati clandestini, e anche non, si sono inventate aberrazioni del diritto come i cosiddetti Centri di Permanenza Temporanea; se i mendicanti vengono idealmente sospinti verso novelli ospizi di mendicità che, se esistessero, costituirebbero l’unica alternativa al chiedere l’elemosina sui piazzali delle chiese nonché sui marciapiedi di recente interdetti da qualche Sindaco; per liberare le strade dalle prostitute si pensa alternativamente a quartieri a luci rosse o a compiacenti e anonimi appartamenti. Che, certo, nel pensiero della Ministra e dei suoi collaboratori, non potrebbero mai essere collocati nei quartieri di lusso ma di sicuro in qualche casermone di periferia, i cui abitanti sono abituati a queste come ad altre “brutture”. Per le prostitute si immagina insomma qualcosa che ha a che fare con la stessa filosofia che ha mosso un’altra geniale pensata di una seconda Ministra di questo governo, l’ineffabile Gelmini: il grembiulino sotto cui nascondere le differenze sociali all’interno delle scuole è fatto, a noi pare, della stessa materia delle multe e dei provvedimenti repressivi per clienti e prostitute: una materia a cui non sappiamo dare altro nome se non quello di ipocrisia, l’ipocrisia pelosa e feroce che induce le cosiddette persone “per bene” a nascondere la polvere sotto il tappeto. Senonché la “polvere” che la prostituzione rappresenta è difficilmente eliminabile, attraverso qualche “trucchetto”, dalle case delle persone “per bene”: è lì infatti che vivono di norma i clienti, quelli che intralciano il traffico bloccando l’auto per chiedere quanto, quelli che lasciano tracce visibilissime del loro passaggio per prati, androni e cortili, quelli che spesso vestono gli abiti dei censori davanti a mogli, madri, figlie, sorelle (nella miglior tradizione italica) e se ne svestono allegramente la notte, ma anche il giorno, quando si mettono in caccia di donne, bambine, ragazzini, trans. Ci sono al momento pochi uomini disposti a riflettere su questo lato della questione, cioè su se stessi e sulla propria sessualità. Noi contiamo che diventino sempre di più, che sappiano mettersi in discussione, guardare dentro di sé, trovare nella relazione (politica) tra loro il bandolo di una matassa che riconduce ineluttabilmente al loro rapporto con il proprio corpo, con la sessualità, con il corpo delle donne e dell’altro. È attraverso questo processo che possiamo sperare, un giorno, di veder ridotte le violenze sulle donne e sui bambini, la prostituzione, l’oppressione e lo sfruttamento del corpo femminile, perfino le guerre e le torture, che si fondano sulla liceità della soppressione fisica dell’altro. Non certo attraverso la repressione. O l’occultamento. Non vogliamo ricordare alla ministra Carfagna che usare il proprio corpo per calendari senza veli è un’altra forma di mercimonio: è stata una sua scelta, e – noi che siamo vecchie femministe a cui sta a cuore prima di tutto la libertà femminile – come tale la rispettiamo. Ci sentiamo però di pretendere che non ricambi quel rispetto con l’ipocrisia e la finzione, e faccia ciò per cui, presumibilmente, è stata nominata nel governo. Faccia politica e non frettolose pulizie pasquali. Perché è in questo che sta la differenza tra la repressione e la capacità di affrontare una questione complessa come quella della prostituzione e immaginare qualche soluzione. Nella politica. E, ci si lasci dire, nella politica delle donne. Quella che ci consente di denunciare il racket che sta alle spalle del fenomeno prostituzione (e che non sparirà semplicemente spostandola dalle strade alle case) e contemporaneamente di chiedere giustizia per le vittime (che non sono né i clienti, né le loro mogli, né gli abitanti delle strade interessate, ma le persone che si prostituiscono); quella che ci consente di vedere, anche, gli spazi di libertà che si possono aprire se si ridà la parola ai soggetti che l’esperienza della prostituzione la vivono e la praticano: e che, ancora una volta, non sono né i clienti, né le loro mogli, né gli abitanti delle strade interessate, ma le persone che si prostituiscono.

CENTRO DOCUMENTAZIONE DONNA

FERRARA

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