linguaggio sessuato, la sensibilità avanza tra le donne che si occupano di formazione e educazione

Da Repubblica, 8 giugno, 2009

Il sessismo linguistico: un contributo collettivo al dibattito

Alle redattrici, ai redattori, alle lettrici e ai lettori di Repubblica

Vogliamo invitarvi a  riflettere su un argomento a proposito del quale i mezzi di informazione possono avere una grande influenza. Negli ultimi giorni, in due importanti inserti su questo giornale, sono apparse espressioni poco rispettose della “parità di genere”. Il primo è il blog del professor Arcangeli, che, interpellato da una professionista su come usare i titoli professionali al femminile, consiglia espressioni come “la ministro”; il secondo, ancora più incredibilmente, è l’appello delle donne “Per una Repubblica che ci rispetti”, le cui firmatarie, cittadine illustri di questo Paese, si definiscono: sindaco, deputato, commendatore, e sono tutte donne.

Ora, la grammatica italiana è molto chiara: i nomi in –o formano il femminile in –a. Ragazzo/ragazza, maestro/maestra. Direste mai il maestra? O il casalinga? O l’uomo infermiera? E quindi: ministra, avvocata, sindaca, deputata. Se a qualcuno ‘suona male’, vuol dire che c’è un pregiudizio, uno stereotipo che sta facendo capolino. Non è il vocabolo ad essere strano, è il suo significato. La grammatica parla chiaro, quindi il problema non è la forma, ma ciò a cui essa rimanda. Non siamo abituati a queste parole al femminile perché le donne non hanno mai ricoperto quelle posizioni. Ora che le ministre, le avvocate e le architette ci sono, usiamo le parole giuste, perché l’eccezione del vocabolo (un nome maschile con un articolo femminile) richiama l’eccezionalità del significato: finché useremo espressioni anomale per indicare le donne, la loro presenza in posizioni di prestigio sarà sempre percepita e perpetuata come un’anomalia.

E non basta: sappiamo bene che se la sindaca suona male, le sindache suona malissimo, ma ciò non vuol dire che sia sbagliato; anzi, è la conferma di quanto appena detto: se la sindaca è rara e si fa fatica a trovarne una al singolare, figuratevi quante possibilità ci sono di usare questo nome al plurale! E meno si usa, più suona strano.Quindi, coraggio: cominciamo ad usarlo!

La scelta delle parole è importante perché la lingua in cui ci esprimiamo veicola il nostro pensiero. Non siamo razzisti, e le nostre parole sono coerenti col nostro pensiero. Non siamo nemmeno sessisti: e non dovranno esserlo nemmeno le nostre parole!

Chiamereste mai “negro” un vostro conoscente di colore? E la persona che vi pulisce casa, la chiamereste “serva/o”? E il netturbino, che tutte le mattine si sobbarca l’ingrato compito di pulire le strade della città, lo chiamereste monnezzaro? È chiaro che no, perché abbiamo sviluppato la consapevolezza che questi vocaboli sono portatori di pregiudizi e li abbiamo coscientemente, volutamente sostituiti con altri più rispettosi, grazie anche all’aiuto delle istituzioni e dei mezzi di informazione, tra cui la stampa, appunto.

Da oltre due decenni studiose e studiosi italiani affrontano il problema del sessismo linguistico e concludo con le parole di una di loro, Alma Sabatini: “Quando ci si vergognerà altrettanto di essere considerati “sessisti” molti cambiamenti qui auspicati diventeranno realtà “normale”.

I cambiamento possono essere incoraggiati, se si crede in essi: questa lettera è il nostro piccolo contributo.

Post scriptum: per i dubbi linguistici relativi al femminile, esiste un ottimo strumento: Il genere femminile nell’Italiano di oggi: la norma e l’uso, realizzato da Cecilia Robustelli, docente di Linguistica Italiana all’Università di Modena e Reggio Emilia, su incarico della Direzione Generale per la Traduzione della Commissione Europea nel 2007.

Sottoscritto da un gruppo di lettrici e lettori diversamente impegnati nei campi dell’insegnamento scolastico e universitario, della ricerca scientifica, della cultura e della comunicazione:

Raffaella Anconetani, Docente di italiano e latino presso il Liceo Scientifico di Roma

Rossana Annacondia , Docente di materie letterarie, latino e greco – Liceo “Virgilio” di Roma

Maria Antonietta Berardi, Dirigente T. A. presso il  CNR-IBF

Francesca Brezzi, Professoressa di Filosofia morale, “Roma Tre”

Marcella Corsi, “Sapienza” Università di Roma

Livia De Pietro, Prof.ssa di Lettere e critica letteraria

Aureliana Di Rollo, Prof.ra Liceo “Foscolo” di Albano L.

Maria Pia Ercolini, Docente di Geografia, IIS “Falcone” di Roma

Renata Grieco Nobile, Professoressa, Scuola Media di Riano

Alessandro Gentilini, Professore a contratto all’Università “Sapienza” di Roma

Simona Luciani, Prof.ra, Liceo “J.F.Kennedy” di Roma

Nadia Mansueto, Docente di Italiano e Latino al Liceo Classico “Socrate” di Bari

Rosanna Oliva, Presidente di “Aspettare stanca”

Maria Nocentini, Docente di Italiano e Latino al Liceo “Joyce” di Ariccia (Roma)

Cristina Sanna, Giornalista di “RomaGiovani” e Com. Pari Opportunità dell’Università Tor Vergata

Maria Serena Sapegno, Prof. di letteratura italiana ‘Sapienza’ Università di Roma

Ilaria Tanga, Radiologa, Ospedale Civile “Paolo Colombo” di Velletri

Maria Cristina Zerbino, Docente di materie letterarie, latino e greco, Liceo “Montale” di Roma

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3 pensieri su “linguaggio sessuato, la sensibilità avanza tra le donne che si occupano di formazione e educazione”

  1. Nonostante mi monti la rabbia contro un mondo così vecchio e sessista, ne fanno parte anche i nostri più fini intellettuali, mi piace pensare che, da quindici anni, insegno alle mie e ai miei studenti un italiano secondo le regole di Alma Sabatini; e ogni anno la mia schiera si moltiplica. Buon lavoro a tutte.

  2. Sono almeno dieci anni che ripeto ad una cara amica insegnante di danza classica che tutti i giorni entrando in palestra dice: “buongiorno bambini” di usare invece l’espressione “buongiorno bambine, buongiorno o ciao Marco” Il maschietto è uno solo.

  3. Però nell’ambito delle religioni ancora si prega e si valorizza un divino al maschile, dio per quanto considerato “spirito” è appellato sempre al maschile, le donne non pregano un Dio Madre o una Dea, non esiste alcun ordine delle sacerdotesse nel monoteismo, le donne continuano ad accettare supinamente che “quando si parla di dio” solo le immagini e le parole maschili vanno bene: padre, signore, creatore, e mai Dio Madre, Signora, Creatrice.
    Si fanno notare il sessismo di termini come ministro/dottore e simili e mai il sessismo delle religioni monoteiste, a cui le donne continuano a dare il loro consenso, sostenendole?
    Ancora oggi nel substrato culturale di tutti, dio è concepito come maschio, il maschio terreno (imam, prete, rabbino) è considerato il suo tramite, non esiste alcuna concezione di Dio Madre attiva e creatrice, nessuna concezione di un corpo di Dio Madre adorata nella sua femminilità anche sessuale.
    Le donne pur avendo a disposizione libri e siti web informativi, che propongono religioni “a misura di noi donne” non sentono il bisogno di “tagliare i ponti” con una spiritualità su base virile e patriarcale, che le opprime, magari scoprendo culti religiosi per noi donne, che promuovono una Dea, tante Dee, e una classe sacerdotale al femminile, un rapporto attivo con l’ente divino visto come Donna. Perché? pigrizia, mancanza di volontà, di interesse, non farci caso all’enorme problema concettuale di un dio creduto maschile e incarnatosi in un maschio? Eppure è palese l’enorme discriminazione che ne deriva, quando si postula che dio – il centro di tutto – è solo padre e solo maschio e non poteva essere altrimenti perché l’uomo è di serie A, e la donna di serie B, tratta da una costola del maschio e non può che aspirare a qualità passive e di servizio. Mi domando come possano le donne, ancora, nel 2015, non notare queste cose. Per me è molto più discriminante e abominevole pregare un dio padre e suo figlio, e non avere nessuna vera Dea di riferimento (non parlo del “culto mariano”, perchè Maria non è una Dea incarnata in terra e non ha alcuna funzione attiva, sessuale o creatrice, che esalti la natura biologica e culturale della donna vera, che non resta vergine in eterno, ma è funzionale alla sola gravidanza del figlio, lui sì considerato dio e salvatore di tutti) che non usare termini come la ministro, donna ministro, ministressa e chi più ne ha più ne metta. Eppure, religioni politeiste che si rifanno a una Dea, ce ne sono, e attualmente non si rischia il rogo se si prende consapevolezza che il monoteismo così come è stato rivelato dal loro stesso dio/strutturato e regolamentato dai suoi seguaci, non è una religione per donne.

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