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Lavoro in una biblioteca per bambine e bambini…

Pubblico qui un bell’intervento di Piera Codognotto sul linguaggio sessuato.

Se non ne parli non esiste: il genere femminile nell’italiano di oggi. Corso di formazione, Firenze, ARPAT, 16 settembre 2009

Lavoro in una biblioteca per bambine e bambini. Nome ufficiale: Biblioteca dei ragazzi del Comune di Firenze.  Quando scrivo discorsivamente, anche nel nostro sito web, cerco di usare il maschile e il femminile, la doppia desinenza che dà conto dei corpi in carne ed ossa di bambini e bambine… Ma non sempre accade. Perché a volte è faticoso sostenere questa scelta con i colleghi e anche con le colleghe. Così, per il premio letterario per piccini, abbiamo distribuito per anni il ‘Diploma di scrittore’ anche alle scrittrici…

La Decisione 397.475 del Parlamento Europeo del marzo 2009 ha già avuto il merito di farci  promuovere questo corso e avviare  una costruenda rete di soggetti (soggette!!?) istituzionali interessate ad un uso non sessista del linguaggio nella Pubblica Amministrazione.  Senza dubbio il fatto che la PA debba seguire le normative e le indicazioni che si dà,  in certi casi può aiutare.

Nel dibattito che c’è stato sulla stampa e sul web intorno a questa decisione vedo forte la ‘tentazione del neutro’ (dal titolo di un saggio di Wanda Tommasi nel libro di Diotima Il pensiero della differenza sessuale. La Tartaruga, 1987). Finalmente ‘una lingua SENZA sessi’? [1].

Capisco che il tentativo di indicare con termini astratti possa sembrare migliore dell’uso di termini marcati al maschile singolare. A volte è così: non se ne può più dell’’Uomo primitivo’ di tanti titoli di libri sulla preistoria… Se ne accorgono anche le bambine ormai nella mia biblioteca. E trovare la dicitura della collana “Letteratura per ragazzi” sulla copertina del romanzo della Alcott  Piccole donne è anacronistico… Sarebbe preferibile “Letteratura per l’infanzia”?  Il progetto POLITE: Pari Opportunità nei LIbri di Testo ha coinvolto e impegnato l’Associazione Italiana Editori e il Ministero delle Pari Opportunità tra il ’99 e il 2001 a costruire linee guida non sessiste per l’editoria scolastica in particolare [2] .

Ma è possibile anche solo pensare che sia meglio non avere a che fare coi corpi, che sono l’esperienza sensibile più comune a tutti e tutte? Comprensibile anche alle creature piccole, la differenza sessuale è l’evidenza più palpabile nel quotidiano, anche se resta occultata in tanti discorsi specialistici. Rischiamo – segnala Adriana Perrotta Rabissi in un bell’articolo sul linguaggio – che le ‘Ragazze madri’ o ‘Madri nubili’ diventino una ‘Famiglia monoparentale’. Il neutro così costruito, oltre ad astrarre dai corpi fisici, può nascondere la disuguaglianza [3].

Nelle esperienze che oggi pomeriggio ascolteremo ci sono esempi di moduli e documenti e guide all’uso dei servizi pubblici che usano tranquillamente la doppia desinenza, con una scelta che risulta a mio avviso scorrevole a leggersi: cittadine e cittadini, immigrate e immigrati, ragazze e ragazzi… Come l’opuscolo pubblicato recentemente in tante lingue dall’URP di Prato “Documenti illustrati” di cui parlerà Mariella Pala.

Torno in biblioteca:

I cataloghi on line delle biblioteche e le basi dati prevedono dei campi da riempire per la ricerca: Autore (che è anche autrice, naturalmente!):

La rete informativa Lilith di centri di documentazione e archivi di donne  – di cui faccio parte – è nata con l’intento di valorizzare e mettere in circolazione la produzione editoriale di donne verso la fine degli anni ’80. In una base dati che raccoglie testi prevalentemente di donne abbiamo messo in discussione anche la maschera di ricerca e di inserimento dati: vi compare: ‘Autrice’.

Anche solo questo piccolo dettaglio può essere spiazzante: inserirvi il nome dell’autore (maschio) rende evidente lo ‘spostamento’ mentale che sempre facciamo quando per l’autrice (femmina) non  sembra strano usare il campo ‘autore’…  Lo abbiamo verificato nei corsi di formazione fatti.

Ma le associazioni professionali che abbiamo tentato di coinvolgere si sono dimostrate refrattarie al problema e l’AIB [Associazione Italiana Bibliotecari] imperversa da anni con l’”Agenda del BibliotecariO”.  Sarebbe troppo lungo ‘Bibliotecari/e’?  La proposta fatta dall’associazione Lilith a basi dati generaliste di adottare la doppia dicitura:  Autrice/Autore, di dettagliare Traduttrice/Traduttore, Illustratore/Illustratrice… per ora è stata accolta con sufficienza, come inutile perdita di tempo. Anche se con i computer non si farebbe nessuna fatica e potrebbe costituire eventualmente una notizia in più, non irrilevante.

Nei cataloghi delle biblioteche si usa il nome proprio per esteso (dell’autore/autrice), per cui il corpo sessuato non sparisce. Mentre nelle bibliografie molto spesso vediamo citati i nomi solo con le iniziali!

Mettere i nomi per esteso rimette i corpi sessuati nel circolo dell’immaginario. Oltre che rendere possibile la cura della memoria, propria dell’archivista. Nei social network, come face book etc., può esserci il divertimento del mettersi nei panni di … con espressioni corporee varie  dei propri io-virtuali

…E ci vuole attenzione: in tempi di migrazioni e meticciati culturali Rosario, donna peruviana,  rischia di diventare Rosaria, come è accaduto a un seminario di un gruppo anche molto attento alle differenze come è Punto di partenza… Può accadere senza ‘cattiva volontà’, ma per l’ordinaria disattenzione che ci travolge, per non abitudine all’ascolto attento.

I piccoli danno sempre nomi ai loro animali, ai personaggi… La categoria generale dei gatti è fatta da nerino, micia, etc. C’è l’albatro e l’albatra.

La molteplicità dei soggetti percepiti  nelle loro differenze (per sesso, per età, per provenienze) aiuta a formulare un pensiero ‘accogliente’.

Ho seguito dall’inizio i risultati del progetto “Educazione alla cura, contrasto degli stereotipi, relazione tra differenze”. E’ un progetto equal avviato nel 2007 nella Regione Toscana sia a Prato che a Firenze con la consulenza di Marina Piazza e altri/e che ha coinvolto le scuole per l’infanzia e prosegue nella scuola dell’obbligo. In collaborazione con un gruppo di lavoro del Comune di Prato, e in particolare con Mariangela Giusti dell’Ufficio Tempi e spazi e pari opportunità, abbiamo segnalato materiali di lavoro nel sito Tempi&Spazi del Comune di Prato… C’è ricerca, ci sono materiali anche veramente belli: non solo non sessisti, politicamente corretti –  magari a volte un po’ moralisti – ma anche che aprono mondi [4].

Ma non è facile andare oltre un riconoscimento ‘stereotipato’ degli stereotipi… E abbiamo proseguito la sperimentazione anche in un piccolo gruppo di insegnanti, genitori, ostetriche al Giardino dei ciliegi di Firenze.  Il Laboratorio conviviale sulla sensibilità poetica nel quotidiano, condotto da Mario Bolognese è stata la parte più intensa forse del lavoro del 2008. Ci interessava il suo metodo di lavoro sull’immaginario. In particolare ci ha proposto di utilizzare immagini dalla ricerca archeologica di Marija Gimbutas su Il linguaggio della dea e altre immagini delle tradizioni arcaiche e della ‘Prima storia’ – come Luisella Veroli chiama la pre-istoria. La sua ricerca è tesa a ‘intenerire il linguaggio’.

Dagli appunti del corso: “E’ finita l’era patriarcale, bisogna far finire il linguaggio patriarcale. Occorrono le parole. E io le trovo nella fiaba, nella poesia. Di lì si possono aprire anche analisi con le parole ‘normali’,  ma è la poesia che varca l’individualismo, la monade che ognuno di noi è e tocca e apre porte e finestre all’invisibile […].  Per i bambini e le bambine,  per loro, è il pane […]. A un corso di formazione su Psicologia della pace, qualche anno fa, avevo proposto che ognuno e ognuna provasse a esprimere con un concetto o una frase ciò che riteneva più interessante, il significato più intenso legato alla parola ‘Pace’…  E ad esempio  una donna aveva detto: ‘Pace come Convivialità delle differenze’.  Cosa sta sotto le nostre parole astratte, quale è il loro sedimento immaginativo, quali le radici delle parole vive che sostengono la nostra psiche?…. [Alla fine del nostro lavoro] è emersa una visione:  un giardino ai primi tepori del sole primaverile, il ghiaccio si scioglie, comincia la vita della terra gli insetti, uccelli, il riverbero della luce del sole… Un paesaggio di bellezza.  Mi era facile dimostrare come dentro quel giardino ci fosse tutto un mondo della natura oltre a un pensiero raffinato; mentre nella formulazione ‘Convivialità delle differenze’ – belle parole ma cerebrali – non ci sono formiche né uccelli, non c’è il sole…

E se poi partiamo con: Analisi del problema: che fare? Soluzioni e Progetto… C’è solo una fetta della vita…  In questo modo bellezza e tenerezza non sono mai fattori politici o di analisi, perché si parte da presupposti per cui eros è della sfera privata – cose stradette per alcune di voi – e oltretutto nella pratica lavorativa ho trovato che non funziona, non c’è fecondazione.

‘Il giardino ai primi raggi del sole…’ è un aiuto: siamo un giardino vivente, noi ci dobbiamo coltivare. Ci possiamo capire così con un bambino, una bambina” [5]. ‘Parole emozionate’. Un uomo ne parla.

Nella cura del linguaggio anche l’etimologia aiuta a rivelare significati.

Lidia Menapace con i suoi articoli sulla Scienza della vita quotidiana – ne ricordo alcuni su Il Foglio del paese delle donne – ci ha fatto riflettere sull’uso di parole belliche nella politica: tattica e strategia.  E su metafore dalla vita quotidiana, svalorizzanti: fare un pasticcio, fare un minestrone… ordire una trama …  Ma anche pensiamo a: Far lievitare, Impastare, Tessere reti, Far nascere, venire alla luce…

Spolveriamo il nostro immaginario e il nostro vocabolario!

Nel bel volume La vita alla radice dell’economia Ina Praetorius  dice “ogni concetto abbastanza rilevante dispone di un significato originario che riconduce a una società […] che non aveva ancora imparato a staccare una sfera alta maschile da una sfera bassa femminile […] Il concetto ‘materia’ per esempio risale alla parola ‘mater’ , madre […]. Parole apparentemente cosi diverse come ‘ingenuità’ e ‘natura’ risalgono alla parola ‘nasci’ , ‘essere nati’; ‘cultura’ intende originariamente la cura del corpo e dei campi, il ‘testo’ ha a che fare col tessile e crea una connessione tra prodotti di tessitura e testi verbali, ecc. […] Anche la parola ‘economia’ ha un interessante significato originario ma di questo oggi non si parla quasi mai. Per quanto io ricordi bene non ho mai letto nelle pagine economiche di un giornale che economia significa originariamente ‘legge, regole, dell’am­biente domestico’ [Oikos = ambiente domestico e Nomos = legge]. Nei manuali di economia […]nelle prime pagine si legge anche che il senso dell’economia è quello di soddisfare i bisogni. Nelle pagine successive, comunque, non si parla più né di ambiente domestico né di soddisfazione dei bisogni bensì di soldi e mercato, di costo del lavoro e di formazione dei prezzi […] Oggi tutti i settori dell’economia che si occupano dei bisogni primari sono esclusi dal dibattito economico e sono ritenuti insignificanti rispetto all’economia finanziaria: l’economia domestica, l’agricoltura a gestione familiare, i lavori di riparazione, la prevenzione e la cura […] “ [6]

La lingua si rinnova continuamente.

Pensiamo al termine ‘cura’ che fino a non più di venti anni fa aveva un’accezione immediata medica: si somministra una cura, si cura un/a paziente… Oggi il significato appare ricollocato nel vivere quotidiano e nell’esperienza di cura di sé e delle relazioni: aver cura di qualcuno/a o di qualcosa. E’ il pensiero delle donne sul ‘lavoro di cura’ che ha prodotto uno spostamento nella percezione del reale.

‘Femminicidio’ è una parola recente che indica lo spaventoso numero di omicidi di donne a Ciudad Juárez, Chihuahua, sul confine tra Messico e Stati Uniti. Ricordo una delle prime volte che la sentivo usare è stato da Anna Biffoli e Teresa Bruno a un seminario al Giardino dei ciliegi di Firenze (nel 2005 mi pare). La proponevano per dire degli aborti selettivi e degli infanticidi su femmine praticati soprattutto in alcuni paesi dell’Asia.  E ‘Delitto d’onore’ o ‘Omicidio passionale’? Mi paiono in disuso nei media che pure li hanno usati fino a pochissimi anni fa, semmai riappaiono con alcune differenze: se l’assassino è occidentale, è un singolo che ha perso la testa; altrimenti è un individuo appartenente a una cultura con un retaggio arcaico e che non accetta l’emancipazione delle donne.

‘Sopravvissute’ consente una percezione diversa di sé rispetto a ‘Vittime’ (di abuso sessuale, di stupro). Da un disastro  si può sopravvivere e poi vivere sostengono le donne dei Centri antiviolenza di donne

E Pat Carra con l’ironia apre orizzonti nuovi, svela l’orrore del neologismo ‘Bomba intelligente’…

– Sono una bomba intelligente

– Sarai anche intelligente, ma hai un carattere che fa schifo! [7]

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NOTE

  1. Sulla decisione del PE segnalo un articolo dalla rivista on line Women in the city: “Gli stati membri del parlamento europeo hanno recentemente deliberato che dovrà essere posta da parte di ciascun paese membro un’appropriata attenzione affinché non venga usato un linguaggio sessista, ovvero ci si esprima tenendo conto della differenza di genere. La risoluzione rivolge un particolare invito a redattori e traduttori impegnati negli atti legislativi […] Questa iniziativa va a seguire le precedenti raccomandazioni del P. E. del 2006 in materia di linguaggio non sessista. Ci sono tuttavia da sollevare alcune obiezioni: una di esse riguarda il significato di “neutro”, termine che ricorre molto spesso nel testo”  http://www.womeninthecity.articolo21.com/it/rubrica.php?id=670&rubID=142 ; e infatti appare da un altro articolo – peraltro interessante e approfondito – come il ‘neutro’  sia neutralizzazione dei concreti corpi sessuati…  Saverio De Laura, Al Parlamento europeo una lingua senza sessi “Un linguaggio senza sessi per il Parlamento europeo: via libera a una lingua che rifletta in modo appropriato la sua adesione al principio dell’uguaglianza di genere: http://www.europalex.kataweb.it/article_view.jsp?idArt=87819&idCat=516 ; Dal ServerDonne: “da evitare secondo l’opuscolo : uomini d’affari, uomini politici, uomini di legge, uomini di scienza, uomini di Stato, uomini di lettere, uomini primitivi, che andrebbero sostituiti preferibilmente con: imprenditori, giuristi, scienziati, statisti, letterati, popoli primitivi. […] “l’uomo della strada”, a cui è preferibile “la gente comune”, e di sostituire con “nomi collettivi che coprano entrambi i sessi” i termini collettivi solitamente declinati al maschile, come: i magistrati (la magistratura); i docenti (il personale docente); gli insegnanti (il corpo insegnante); i dipendenti o i lavoratori (il personale); il direttore, il presidente (la direzione, la presidenza); gli assistenti di volo (il personale di bordo). fonte Apcom : http://www.women.it/cms/index.php?option=com_content&task=view&id=579&Itemid=81
  2. Progetto Polite. Saperi e Libertà: maschile e femminile nei libri, nella scuola, nella vita. Vademecum. Milano, Associazione Italiana Editori, 2001 e anche il testo on line del ‘99 Italia. Presidenza del Consiglio dei ministri Dipartimento Pari Opportunità, AIE, Codice di autoregolamentazione POLITE: Pari Opportunità nei Libri di Testo http://www.aie.it/Portals/21/Files%20allegati/Codice_di_autoregolamentazione_AIE.pdf
  3. Adriana Perrotta Rabissi, Donne di Parola. In: Scuola Ticinese, n 254, 2003
  4. Nell’ambito del progetto ho prodotto una scheda dal titolo “A che genere di gioco giochiamo” nel sito TempiSpazi del Comune di Prato con molti link a ricerche sul tema e segnalazioni di libri: http://www.tempiespazi.it/tempospazio/?act=i&fid=2302&id=20080626175938040 ;
  5. Gimbutas Marija, Il linguaggio della Dea. Ristampato da Venexia nel 2008, è una raccolta, classificazione, descrizione riccamente illustrata di circa 2000 manufatti simbolici provenienti da siti europei del Neolitico antico (7000-3500 AC) e costituisce una chiave interpretativa per la mitologia dell’epoca e del culto della Dea Madre della civiltà prepatriarcale;  Veroli Luisella, Prima di Eva: viaggio alle origini dell’ eros. Melusine, 2000; Mario Bolognese, Appunti [non rivisti dall’autore] dal Laboratorio conviviale sulla sensibilità poetica nel quotidiano, Firenze, 2008
  6. La vita alla radice dell’economia: seminario, Verona, 11-12 maggio 2007, anche on line http://lavitallaradicedelleconomia.blogspot.com/
  7. Pat Carra, Orizzonti di boria. Quaderni di via Dogana, 1999

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Firenze, 16 settembre 2009, seminario su linguaggio e generi

SEMINARIO DI FORMAZIONE
Se non ne parli non esiste. Il genere femminile nell’italiano di oggi.

Programma seminario P.O. Linguaggio

Ricevo dalle amiche toscane il programma di questo seminario, che pur essendo rivolto alle operatrici e operatori degli enti che lo organizzano, e quindi NON aperto al pubblico, mi pare rappresenti un buon inizio del nuovo anno di attività a cui ci stiamo avviando. Sarà interessante leggere le relazioni di chi partecipa. Auguri e buon lavoro!

linguaggio sessuato, la sensibilità avanza tra le donne che si occupano di formazione e educazione

Da Repubblica, 8 giugno, 2009

Il sessismo linguistico: un contributo collettivo al dibattito

Alle redattrici, ai redattori, alle lettrici e ai lettori di Repubblica

Vogliamo invitarvi a  riflettere su un argomento a proposito del quale i mezzi di informazione possono avere una grande influenza. Negli ultimi giorni, in due importanti inserti su questo giornale, sono apparse espressioni poco rispettose della “parità di genere”. Il primo è il blog del professor Arcangeli, che, interpellato da una professionista su come usare i titoli professionali al femminile, consiglia espressioni come “la ministro”; il secondo, ancora più incredibilmente, è l’appello delle donne “Per una Repubblica che ci rispetti”, le cui firmatarie, cittadine illustri di questo Paese, si definiscono: sindaco, deputato, commendatore, e sono tutte donne.

Ora, la grammatica italiana è molto chiara: i nomi in –o formano il femminile in –a. Ragazzo/ragazza, maestro/maestra. Direste mai il maestra? O il casalinga? O l’uomo infermiera? E quindi: ministra, avvocata, sindaca, deputata. Se a qualcuno ‘suona male’, vuol dire che c’è un pregiudizio, uno stereotipo che sta facendo capolino. Non è il vocabolo ad essere strano, è il suo significato. La grammatica parla chiaro, quindi il problema non è la forma, ma ciò a cui essa rimanda. Non siamo abituati a queste parole al femminile perché le donne non hanno mai ricoperto quelle posizioni. Ora che le ministre, le avvocate e le architette ci sono, usiamo le parole giuste, perché l’eccezione del vocabolo (un nome maschile con un articolo femminile) richiama l’eccezionalità del significato: finché useremo espressioni anomale per indicare le donne, la loro presenza in posizioni di prestigio sarà sempre percepita e perpetuata come un’anomalia.

E non basta: sappiamo bene che se la sindaca suona male, le sindache suona malissimo, ma ciò non vuol dire che sia sbagliato; anzi, è la conferma di quanto appena detto: se la sindaca è rara e si fa fatica a trovarne una al singolare, figuratevi quante possibilità ci sono di usare questo nome al plurale! E meno si usa, più suona strano.Quindi, coraggio: cominciamo ad usarlo!

La scelta delle parole è importante perché la lingua in cui ci esprimiamo veicola il nostro pensiero. Non siamo razzisti, e le nostre parole sono coerenti col nostro pensiero. Non siamo nemmeno sessisti: e non dovranno esserlo nemmeno le nostre parole!

Chiamereste mai “negro” un vostro conoscente di colore? E la persona che vi pulisce casa, la chiamereste “serva/o”? E il netturbino, che tutte le mattine si sobbarca l’ingrato compito di pulire le strade della città, lo chiamereste monnezzaro? È chiaro che no, perché abbiamo sviluppato la consapevolezza che questi vocaboli sono portatori di pregiudizi e li abbiamo coscientemente, volutamente sostituiti con altri più rispettosi, grazie anche all’aiuto delle istituzioni e dei mezzi di informazione, tra cui la stampa, appunto.

Da oltre due decenni studiose e studiosi italiani affrontano il problema del sessismo linguistico e concludo con le parole di una di loro, Alma Sabatini: “Quando ci si vergognerà altrettanto di essere considerati “sessisti” molti cambiamenti qui auspicati diventeranno realtà “normale”.

I cambiamento possono essere incoraggiati, se si crede in essi: questa lettera è il nostro piccolo contributo.

Post scriptum: per i dubbi linguistici relativi al femminile, esiste un ottimo strumento: Il genere femminile nell’Italiano di oggi: la norma e l’uso, realizzato da Cecilia Robustelli, docente di Linguistica Italiana all’Università di Modena e Reggio Emilia, su incarico della Direzione Generale per la Traduzione della Commissione Europea nel 2007.

Sottoscritto da un gruppo di lettrici e lettori diversamente impegnati nei campi dell’insegnamento scolastico e universitario, della ricerca scientifica, della cultura e della comunicazione:

Raffaella Anconetani, Docente di italiano e latino presso il Liceo Scientifico di Roma

Rossana Annacondia , Docente di materie letterarie, latino e greco – Liceo “Virgilio” di Roma

Maria Antonietta Berardi, Dirigente T. A. presso il  CNR-IBF

Francesca Brezzi, Professoressa di Filosofia morale, “Roma Tre”

Marcella Corsi, “Sapienza” Università di Roma

Livia De Pietro, Prof.ssa di Lettere e critica letteraria

Aureliana Di Rollo, Prof.ra Liceo “Foscolo” di Albano L.

Maria Pia Ercolini, Docente di Geografia, IIS “Falcone” di Roma

Renata Grieco Nobile, Professoressa, Scuola Media di Riano

Alessandro Gentilini, Professore a contratto all’Università “Sapienza” di Roma

Simona Luciani, Prof.ra, Liceo “J.F.Kennedy” di Roma

Nadia Mansueto, Docente di Italiano e Latino al Liceo Classico “Socrate” di Bari

Rosanna Oliva, Presidente di “Aspettare stanca”

Maria Nocentini, Docente di Italiano e Latino al Liceo “Joyce” di Ariccia (Roma)

Cristina Sanna, Giornalista di “RomaGiovani” e Com. Pari Opportunità dell’Università Tor Vergata

Maria Serena Sapegno, Prof. di letteratura italiana ‘Sapienza’ Università di Roma

Ilaria Tanga, Radiologa, Ospedale Civile “Paolo Colombo” di Velletri

Maria Cristina Zerbino, Docente di materie letterarie, latino e greco, Liceo “Montale” di Roma

Squadristi dell’incultura

Quando nel 1986 Alma Sabatini pubblicò le “Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana”, l’opuscolo venne accolto da una raffica di lazzi e frizzi. Quelle che, fatte proprie dalla Commissione nazionale alle pari opportunità, erano delle indicazioni su cui riflettere vennero recepite come un’imposizione e come un intollerabile attentato alla lingua italiana. Gli sghignazzi su termini considerati ridicoli solo perché non usati comunemente benché perfettamente corretti linguisticamente si sprecarono. Le “Raccomandazioni” e il successivo libro del 1987 di Alma Sabatini, “Il sessismo nella lingua italiana”, erano già allora il frutto di numerose analisi sul linguaggio condotte da studiose di vari paesi – esemplare per l’Italia quella di Patrizia Violi, “L’infinito singolare” – da cui venivano ricavate indicazioni pratiche che si invitava a seguire.
Da allora sono passati più di vent’anni ma poco è cambiato e le indicazioni sono state recepite e fatte proprie solo in alcuni ambienti, come ad esempio da qualche quotidiano o amministrazione comunale, ma nella generalità delle istituzioni pubbliche il neutro-maschile impera tenacemente e quasi non esistono documenti ufficiali in cui sia indicata la differenza di genere. Che si vada alla posta, in banca, all’ASL o in un ufficio qualsiasi ci si trova a dover compilare moduli in cui si può risultare unicamente “il” cliente, correntista, paziente, delegante ecc. oppure “il direttore”, “l’amministratore”, mentre in biblioteca o in internet possiamo fare ricerche unicamente per “autore”, “traduttore”, “curatore”.
In altre lingue le forme di cancellazione o di svalutazione del femminile possono essere diverse ma i risultati non cambiano e, a quanto pare, poco è cambiato anche nell’uso se l’Unione Europea ha ritenuto opportuno stilare un regolamento comunitario che dia indicazioni in merito a come formulare i documenti ufficiali. Questo non vuol dire limitare la libertà di espressione ma, in qualche caso, far rispettare alcune regole di grammatica o delle elementari norme di buona creanza. Conoscendo la cautela dell’UE, dubito che le direttive siano dittatoriali e tanto meno rivoluzionarie ma come tali sono state vissute e hanno dato luogo a reazioni scomposte.
Tra queste dispiace dovere annoverare quelle comparse domenica 22 marzo nell’inserto Domenica del Sole24ore. Per un inserto culturale serio e di buon livello come il vostro, pubblicare un intervento come quello a firma Diego Marani, è stata un’incredibile caduta di stile. L’intenzione si presume fosse quella di scrivere un pezzo spiritoso ma il risultato è invece all’altezza della prosa di un rappresentate della lega.
Non consono, poi, all’abituale accuratezza pubblicare, dandogli inoltre un eccessivo rilievo, quello di Giuseppe Scaraffia, scritto evidentemente su commissione e di fretta, senza conoscere i termini del contendere od essersi abbastanza documentato, perché, a meno che alla CEE non lavorino persone che nulla sanno sugli Women’s Studies o che li abbiano completamente travisati, non si tratta di “cancellare le differenze di genere” e quindi discettare su una Madame Bovary uomo non è pertinente.
Tornando all’articoletto di Diego Marani, non so se Diego Marani sia signore o signorino e quindi non so se lo si possa definire uno zitello, ma acido lo è sicuramente. Acidità scatenata, e qui mi improvviso psicologa della domenica, da un irrisolto conflitto adolescenziale con una qualche insegnante da cui si è ritenuto ingiustamente svalutato e che rimpiange di non potere qualificare da vecchia zitella, con tanto di corredo di acidità e nei pelosi. Non so che mestiere faccia ora il signore, o signorino, Marani ma certo non avere licenza di ricorrere alla stessa forma di apprezzamento nei confronti di colleghe o datrici di lavoro verso le quali ha qualche conto in sospeso deve costargli molto. Il nostro credo si ritenga una persona civilizzata perché, presumo, non ha avuto occasione di stuprare qualche donna ma non si rende conto che la volgarità del suo attacco misogino (e, tanto per non scontentare nessuno, anche omofobo) è una forma di violenza sessuale anch’essa.
In questi nostri tempi bui – per tutti e non solo per le donne ma per le donne, come al solito, in modo particolare – della violenza sulle donne ci si ricorda solo per usarla come pretesto per far passare provvedimenti xenofobi e liberticidi. Invece di istituire ronde, sarebbe invece molto più opportuno creare squadre di spazzini che liberino le menti dalla spazzatura che vi si è accumulata , trasformandole in terreno sgombro da pregiudizi pronto ad accogliere un qualche seme di conoscenza e civiltà.
Luciana Tufani

P.S.: Da tempo medito di creare su Facebook un gruppo di pressione per la diffusione del linguaggio di genere, se non l’ho ancora fatto non è solo perché non ne trovo il tempo. Su FB vengono trasformati pari pari termini inglesi in italiano senza tenere conto delle differenze tra le due lingue. Forse i responsabili italiani del sito le ignorano o forse non ne vogliono tenere conto. Già sono indicata come “amministratore” del gruppo Associazione culturale Leggere Donna e di quello del Centro Documentazione Donna di Ferrara, sarebbe ancora più paradossale che per un gruppo come quello sul linguaggio di genere risultassi “il fondatore”.

Spigolature

Leggo su Liberazione di oggi  la presentazione di una rivista che  mi sembra interessante, si chiama Loop e recita “culture, linguaggi e conflitti dentro l’apocalisse”.

Loop è anche su Web.

La copertina  raffigura l’ Onda, con la  prima fila  di giovani, belle e  sorridenti ragazze che reggono uno striscione : “l’ Onda  non si ferma”.

L’articolista ricorda la prospettiva in cui si pone la neonata, discontinuità con il passato politico e culturale, cesura netta.

Finalmente!  penso speranzosa, poi leggo che, per chiarire ulteriormente la linea editoriale, è riportata in copertina una frase di Deleuze: ” Non è  il caso né di avere paura né di sperare, bisogna cercare nuove armi”.

Discontinuità politica e culturale ? Cesura con il passato?

La lingua batte dove il dente duole

A un anno quasi esatto di distanza da un mio contributo su questo tema, postato nella rubrica linguaggio sessuato, dal momento che non ne viene fuori alcuna riflessione, ribatto, esprimendo concetti quasi identici con parole leggermente diverse, a costo di attirarmi una provocazione nelle forme di “….non ci importa nulla di questi temi”.

Ma sono convinta che sia uno scoglio inaggirabile, dal momento che tocca questioni del simbolico, e quindi delle nostre rappresentazioni del mondo dentro e fuori di noi.

Una  delle frasi ricorrenti e liquidatorie è “tanto si capisce lo stesso, basta che si capisca…”, l’attenzione, allora, va  spostata dalla funzione comunicativa della lingua alle altre e molteplici che essa ricopre in una comunità di parlanti.

La lingua non è solo un raffinato strumento per comunicare idee, concetti, immagini già presenti nella mente, ma  è lo strumento di costruzione della realtà nella quale ci troviamo a vivere , quello che ciascuno/a di noi pensa, immagina e giudica  dentro di sé si forma in gran parte nell’inconscio, sulla base delle abitudini linguistiche apprese  a partire dalla nostra comparsa nel mondo.

Ogni lingua storico-naturale, dunque,  organizza il mondo interiore dei/delle parlanti, quindi anche la sfera dei  valori, dei giudizi,  delle aspettative, delle  paure, dei desideri, delle norme, incluso l’orientamento sessuale.

Nella nostra lingua androcentrica si verificano  la svalorizzazione del femminile in rapporto alla produzione del pensiero e  delle sue  forme discorsive e la  riduzione  della  specificità e complessità  del femminile alla  sfera del corporeo, del sentimento e dell’affettività,  del sensibile-materiale e del “materno”, con la conseguenza della “naturalizzazione” (e enfatizzazione) della predisposizione alle  funzioni di cura. 

L’ordine culturale e sociale  richiede alle donne e agli uomini di adeguarsi ai valori del maschile e del femminile storicamente  costruiti, pena il disordine, l’ingovernabilità della società, la censura sociale e via via secondo i vari gradi di repressione, esplicita e implicita.

Ne consegue l’accettazione di misure, proposte, prospettive, atteggiamenti e comportamenti, da parte di donne e uomini,  penalizzanti per se stesse/i, ma automaticamente attribuiti  a un ordine immutabile perché naturale.

Un esempio: la dimensione del problema della persistente svalorizzazione appare in tutta la sua evidenza nel campo dei titoli professionali, infatti  a causa delle dissimmetrie grammaticali, dovute  a cause storico-sociali, dissimmetrie che permangono nella mentalità dei/delle pensanti/parlanti (per inerzia della lingua e dunque del pensiero rispetto ai cambiamenti sociali, più veloci) , anche quando non sussistono più le condizioni materiali e storiche  che le hanno prodotte.

Le  professioniste di livello medio-alto preferiscono essere nominate al maschile per sfuggire a quel senso di diminuzione di prestigio interiorizzata di fronte alla forma grammaticale femminile, anche quando questa sarebbe autorizzata dalle regole linguistiche; così molte donne vogliono essere chiamate  avvocato,  magistrato, il  giudice, il dirigente, il presidente, invece di avvocata, magistrata, la giudice, la dirigente, la presidente. 

Il dibattito sulla sessuazione della lingua ha, in Italia, un andamento carsico.

Ogni tanto riemerge come questione di stile, per inabissarsi poco dopo sotto il peso del ridicolo che è  arma tra le più potenti per combattere quello che non si condivide, oppure dell’asserita insignificanza della questione  rispetto a temi più “complessi” e più “urgenti”.

Adriana

Spigolature 5

Nell’ascoltare a Radio Popolare un’intervista a Cristina De Stefano sul suo nuovo libro, Americane avventurose, Adelphi, 2007, che sembra proprio interessante, perché ricostruisce le vite di alcune donne del Novecento americano, nei vari settori della scienza, della fotografia, della letteratura e dell’arte, donne che hanno vissuto vite difficili alla ricerca di autonomia e indipendenza, pagando anche costi molto alti, colgo, nel momento in cui  De Stefano esprime i criteri di scelta, la volontà di “sorprendere il lettore italiano”. Eppure è  esplicito il desiderio  di Cristina, già espresso nel suo precedente Belinda e il mostro,  di contribuire a dare visibilità a storie di donne,  ed è anche  evidente la sua sensibilità nei confronti delle donne, ma tutto questo è rivolto solo agli uomini?