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linguaggio sessuato, la sensibilità avanza tra le donne che si occupano di formazione e educazione

Da Repubblica, 8 giugno, 2009

Il sessismo linguistico: un contributo collettivo al dibattito

Alle redattrici, ai redattori, alle lettrici e ai lettori di Repubblica

Vogliamo invitarvi a  riflettere su un argomento a proposito del quale i mezzi di informazione possono avere una grande influenza. Negli ultimi giorni, in due importanti inserti su questo giornale, sono apparse espressioni poco rispettose della “parità di genere”. Il primo è il blog del professor Arcangeli, che, interpellato da una professionista su come usare i titoli professionali al femminile, consiglia espressioni come “la ministro”; il secondo, ancora più incredibilmente, è l’appello delle donne “Per una Repubblica che ci rispetti”, le cui firmatarie, cittadine illustri di questo Paese, si definiscono: sindaco, deputato, commendatore, e sono tutte donne.

Ora, la grammatica italiana è molto chiara: i nomi in –o formano il femminile in –a. Ragazzo/ragazza, maestro/maestra. Direste mai il maestra? O il casalinga? O l’uomo infermiera? E quindi: ministra, avvocata, sindaca, deputata. Se a qualcuno ‘suona male’, vuol dire che c’è un pregiudizio, uno stereotipo che sta facendo capolino. Non è il vocabolo ad essere strano, è il suo significato. La grammatica parla chiaro, quindi il problema non è la forma, ma ciò a cui essa rimanda. Non siamo abituati a queste parole al femminile perché le donne non hanno mai ricoperto quelle posizioni. Ora che le ministre, le avvocate e le architette ci sono, usiamo le parole giuste, perché l’eccezione del vocabolo (un nome maschile con un articolo femminile) richiama l’eccezionalità del significato: finché useremo espressioni anomale per indicare le donne, la loro presenza in posizioni di prestigio sarà sempre percepita e perpetuata come un’anomalia.

E non basta: sappiamo bene che se la sindaca suona male, le sindache suona malissimo, ma ciò non vuol dire che sia sbagliato; anzi, è la conferma di quanto appena detto: se la sindaca è rara e si fa fatica a trovarne una al singolare, figuratevi quante possibilità ci sono di usare questo nome al plurale! E meno si usa, più suona strano.Quindi, coraggio: cominciamo ad usarlo!

La scelta delle parole è importante perché la lingua in cui ci esprimiamo veicola il nostro pensiero. Non siamo razzisti, e le nostre parole sono coerenti col nostro pensiero. Non siamo nemmeno sessisti: e non dovranno esserlo nemmeno le nostre parole!

Chiamereste mai “negro” un vostro conoscente di colore? E la persona che vi pulisce casa, la chiamereste “serva/o”? E il netturbino, che tutte le mattine si sobbarca l’ingrato compito di pulire le strade della città, lo chiamereste monnezzaro? È chiaro che no, perché abbiamo sviluppato la consapevolezza che questi vocaboli sono portatori di pregiudizi e li abbiamo coscientemente, volutamente sostituiti con altri più rispettosi, grazie anche all’aiuto delle istituzioni e dei mezzi di informazione, tra cui la stampa, appunto.

Da oltre due decenni studiose e studiosi italiani affrontano il problema del sessismo linguistico e concludo con le parole di una di loro, Alma Sabatini: “Quando ci si vergognerà altrettanto di essere considerati “sessisti” molti cambiamenti qui auspicati diventeranno realtà “normale”.

I cambiamento possono essere incoraggiati, se si crede in essi: questa lettera è il nostro piccolo contributo.

Post scriptum: per i dubbi linguistici relativi al femminile, esiste un ottimo strumento: Il genere femminile nell’Italiano di oggi: la norma e l’uso, realizzato da Cecilia Robustelli, docente di Linguistica Italiana all’Università di Modena e Reggio Emilia, su incarico della Direzione Generale per la Traduzione della Commissione Europea nel 2007.

Sottoscritto da un gruppo di lettrici e lettori diversamente impegnati nei campi dell’insegnamento scolastico e universitario, della ricerca scientifica, della cultura e della comunicazione:

Raffaella Anconetani, Docente di italiano e latino presso il Liceo Scientifico di Roma

Rossana Annacondia , Docente di materie letterarie, latino e greco – Liceo “Virgilio” di Roma

Maria Antonietta Berardi, Dirigente T. A. presso il  CNR-IBF

Francesca Brezzi, Professoressa di Filosofia morale, “Roma Tre”

Marcella Corsi, “Sapienza” Università di Roma

Livia De Pietro, Prof.ssa di Lettere e critica letteraria

Aureliana Di Rollo, Prof.ra Liceo “Foscolo” di Albano L.

Maria Pia Ercolini, Docente di Geografia, IIS “Falcone” di Roma

Renata Grieco Nobile, Professoressa, Scuola Media di Riano

Alessandro Gentilini, Professore a contratto all’Università “Sapienza” di Roma

Simona Luciani, Prof.ra, Liceo “J.F.Kennedy” di Roma

Nadia Mansueto, Docente di Italiano e Latino al Liceo Classico “Socrate” di Bari

Rosanna Oliva, Presidente di “Aspettare stanca”

Maria Nocentini, Docente di Italiano e Latino al Liceo “Joyce” di Ariccia (Roma)

Cristina Sanna, Giornalista di “RomaGiovani” e Com. Pari Opportunità dell’Università Tor Vergata

Maria Serena Sapegno, Prof. di letteratura italiana ‘Sapienza’ Università di Roma

Ilaria Tanga, Radiologa, Ospedale Civile “Paolo Colombo” di Velletri

Maria Cristina Zerbino, Docente di materie letterarie, latino e greco, Liceo “Montale” di Roma

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Squadristi dell’incultura

Quando nel 1986 Alma Sabatini pubblicò le “Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana”, l’opuscolo venne accolto da una raffica di lazzi e frizzi. Quelle che, fatte proprie dalla Commissione nazionale alle pari opportunità, erano delle indicazioni su cui riflettere vennero recepite come un’imposizione e come un intollerabile attentato alla lingua italiana. Gli sghignazzi su termini considerati ridicoli solo perché non usati comunemente benché perfettamente corretti linguisticamente si sprecarono. Le “Raccomandazioni” e il successivo libro del 1987 di Alma Sabatini, “Il sessismo nella lingua italiana”, erano già allora il frutto di numerose analisi sul linguaggio condotte da studiose di vari paesi – esemplare per l’Italia quella di Patrizia Violi, “L’infinito singolare” – da cui venivano ricavate indicazioni pratiche che si invitava a seguire.
Da allora sono passati più di vent’anni ma poco è cambiato e le indicazioni sono state recepite e fatte proprie solo in alcuni ambienti, come ad esempio da qualche quotidiano o amministrazione comunale, ma nella generalità delle istituzioni pubbliche il neutro-maschile impera tenacemente e quasi non esistono documenti ufficiali in cui sia indicata la differenza di genere. Che si vada alla posta, in banca, all’ASL o in un ufficio qualsiasi ci si trova a dover compilare moduli in cui si può risultare unicamente “il” cliente, correntista, paziente, delegante ecc. oppure “il direttore”, “l’amministratore”, mentre in biblioteca o in internet possiamo fare ricerche unicamente per “autore”, “traduttore”, “curatore”.
In altre lingue le forme di cancellazione o di svalutazione del femminile possono essere diverse ma i risultati non cambiano e, a quanto pare, poco è cambiato anche nell’uso se l’Unione Europea ha ritenuto opportuno stilare un regolamento comunitario che dia indicazioni in merito a come formulare i documenti ufficiali. Questo non vuol dire limitare la libertà di espressione ma, in qualche caso, far rispettare alcune regole di grammatica o delle elementari norme di buona creanza. Conoscendo la cautela dell’UE, dubito che le direttive siano dittatoriali e tanto meno rivoluzionarie ma come tali sono state vissute e hanno dato luogo a reazioni scomposte.
Tra queste dispiace dovere annoverare quelle comparse domenica 22 marzo nell’inserto Domenica del Sole24ore. Per un inserto culturale serio e di buon livello come il vostro, pubblicare un intervento come quello a firma Diego Marani, è stata un’incredibile caduta di stile. L’intenzione si presume fosse quella di scrivere un pezzo spiritoso ma il risultato è invece all’altezza della prosa di un rappresentate della lega.
Non consono, poi, all’abituale accuratezza pubblicare, dandogli inoltre un eccessivo rilievo, quello di Giuseppe Scaraffia, scritto evidentemente su commissione e di fretta, senza conoscere i termini del contendere od essersi abbastanza documentato, perché, a meno che alla CEE non lavorino persone che nulla sanno sugli Women’s Studies o che li abbiano completamente travisati, non si tratta di “cancellare le differenze di genere” e quindi discettare su una Madame Bovary uomo non è pertinente.
Tornando all’articoletto di Diego Marani, non so se Diego Marani sia signore o signorino e quindi non so se lo si possa definire uno zitello, ma acido lo è sicuramente. Acidità scatenata, e qui mi improvviso psicologa della domenica, da un irrisolto conflitto adolescenziale con una qualche insegnante da cui si è ritenuto ingiustamente svalutato e che rimpiange di non potere qualificare da vecchia zitella, con tanto di corredo di acidità e nei pelosi. Non so che mestiere faccia ora il signore, o signorino, Marani ma certo non avere licenza di ricorrere alla stessa forma di apprezzamento nei confronti di colleghe o datrici di lavoro verso le quali ha qualche conto in sospeso deve costargli molto. Il nostro credo si ritenga una persona civilizzata perché, presumo, non ha avuto occasione di stuprare qualche donna ma non si rende conto che la volgarità del suo attacco misogino (e, tanto per non scontentare nessuno, anche omofobo) è una forma di violenza sessuale anch’essa.
In questi nostri tempi bui – per tutti e non solo per le donne ma per le donne, come al solito, in modo particolare – della violenza sulle donne ci si ricorda solo per usarla come pretesto per far passare provvedimenti xenofobi e liberticidi. Invece di istituire ronde, sarebbe invece molto più opportuno creare squadre di spazzini che liberino le menti dalla spazzatura che vi si è accumulata , trasformandole in terreno sgombro da pregiudizi pronto ad accogliere un qualche seme di conoscenza e civiltà.
Luciana Tufani

P.S.: Da tempo medito di creare su Facebook un gruppo di pressione per la diffusione del linguaggio di genere, se non l’ho ancora fatto non è solo perché non ne trovo il tempo. Su FB vengono trasformati pari pari termini inglesi in italiano senza tenere conto delle differenze tra le due lingue. Forse i responsabili italiani del sito le ignorano o forse non ne vogliono tenere conto. Già sono indicata come “amministratore” del gruppo Associazione culturale Leggere Donna e di quello del Centro Documentazione Donna di Ferrara, sarebbe ancora più paradossale che per un gruppo come quello sul linguaggio di genere risultassi “il fondatore”.

Neutralità di genere

Scrive Paola:

Linguaggio maschilista, la UE, la becera cagnara dei media di tutta Europa
Lun 20.04
L’Unione Europea raccomanda, nella stesura di documenti ufficiali, di evitare termini maschili con funzione di neutro. Distribuscisce un manualetto in tutte le lingue adottate con istruzioni ad uso sopratutto dei suoi dipendenti.
Maggiori particolari sul fatto nel post del Serverdonne .
Apriti cielo! Una cagnara di media grandi e piccoli, da noi ad esempio l’inserto del Sole24ore di domenica, tono semiserio per un’arrogante carrellata di luoghi comuni maschilisti…con voluto travisamento dello scopo principale dell’iniziativa.
E’ chiaro che i redattori dei pezzi, opinionisti di fama, non hanno mai avuto l’esperienza di abitare da sempre in una lingua che non prevede l’esistenza di DUE o PIU’ generi – a partire da quello femminile -con ogni diritto ad vedere rappresentata la propria esistenza e soggettività.
E magari si crederanno perfino spiritosi! invece sono dei buzzurri ignoranti.
Anche Francesco Sabatini, presidente dell’accademia della Crusca, nel 1987 raccomandava un uso non sessista della lingua. E ricordiamo Alma Sabatini e il suo insuperato manuale, che ormai è uscito più di 20 anni fa…
Propongo di scrivere lettere di protesta alle redazioni dei giornali e ovunque l’iniziativa UE è stata commentata in questo modo, chiedendo una informazione reale sull’avvenimento.

Risponde Adriana:
Ho letto sia la tua nota che ho sottoscrito su facebook, sia l’articolo
sul Server firmato FF, che credo sia Federica; in realtà l’impostazione:
neutralità di genere non mi piace, ci risiamo col falso neutro.
Comunque forse è importante comunicare il problema anche a livello istituzionale
(amministrazioni, uffici…)
Osserva Paola:
Credo che in questo caso, dico del manuale europeo, la cosa
interessante sia: cercare di sostituire falsi neutri (termini
maschili) con termini o circonlocuzioni che si approssimino di più a
“neutri reali” che in italiano e altre lingue non esistono. E’ la
stessa tendenza che nella comunicazione via internet, ma non solo, fa
troncare l’ultima o le ultime lettere e le fa sostituire con
asterischi, chiocciole e via sbizzarrendosi.
La mia opinione è che questo movimento è all’interno di una più
generale riconsiderazione di come significare i generi; e ancora di
più, dall’emergere di una idea che i generi, come costruzioni
socio-simboliche, non sono legati “solo” ai caratteri sessuali che si
hanno alla nascita, (che anche essi possono essere ibridi), ma anche
alle scelte, alle opzioni, alle determinazioni che la soggettività
assume durante il corso della vita (scelte e/o costrizioni, o insieme)
Quindi il maschile e il femminile nel linguaggio non possono più
“rappresentare” tutte le possibili sfumature dei generi (vedi
l’emergere a livello mondiale dei movimenti GLBT). Ma non si tratta
solo di scelte di oggetti sessuali, o di comportamenti sessuali .
Credo che si rivendichi vere e proprie forme diverse di soggettività,
che non trovano rappresentazione né nel maschile né nel femminile.
Credo che qui sia più o meno esplicita una critica della differenza
sessuale in senso essenzialistico, anti-storico (“o maschi o
femmine”- infatti oggi le posizioni vaticane si appoggiano volentieri
a questo concetto di differenza, e viceversa, mentre si scagliano
contro le teorie del “gender” come costruzione essenzialmente sociale,
culturale e simbolica, che aprono le porte alle soggettività
trasgressive…)
Credo anche che “questo” concetto di “neutro”, come sospensione della
possibilità di identificare nel già previsto, sia più vicino alla
nostra critica del linguaggio e allo sforzo che abbiamo fatto per fare
emergere il femminile come appunto “imprevisto” dal linguaggio.
Trasgredendo diverse regole, non solo grammaticali.
Però occorre mantenere alta la tensione a capire come le
trasformazioni sociali, e in queste, le punte più incisive e
corrosive, possano aprire ancora una volta il linguaggio a nuove
avventure. In questo senso il neutro simboleggiato dalla @ è diverso
dal neutro astratto dei termini come “adolescenza” al posto di
adolescenti maschi e femmine Qui si allude alla soggettività, alla
sessualità, alla sua trasformazione, alle sue performance dentro e
fuori la lingua. Paradossalmente, ci trovo un maggiore legame con il
“corpo”, la corporeità piuttosto scandalosa, che viene oggi esibita
invece che nascosta. Perciò questo casino. Ma ben venga…
Fammi saper come la pensi.

Concorda Adriana:

E’ proprio questo l’ambito nel quale mi sto muovendo: non a caso sto
studiando gli ultimi libri di Butler : La disfatta del genere e Critica
della violenza etica, perché la questione è sì uscire da ogni essenzialismo
(che sia culturale o biologico), ma non si può uscire in regressione (per
quanto riguarda la lingua ricorrendo al maschile unificante o al neutro
astratto dai corpi) nel senso di dire che parlare di differenza
maschile/femminile non ha più senso, bensì fare un salto verso un riconoscimento
delle soggettività diffferenti e moltiplicantesi, libere dalla gabbia logico-linguistica
maschile o femminile.
Detto questo, in questo momento, non si può ignorare il fatto che un conto è
il/ i genere/i (meglio in italiano sessi/generi di appartenenza),
indipendentemente da qualsiasi orientamento sessuale, permanete o temporaneo
(altro mito da sfatare nella percezione del senso comune), e un conto è il
fatto che esistono donne e uomini a cui dare paritaria rappresentatività in
tutti i settori, indipendentemente dai generi/sessi scelti o attribuiti
La violenza sessuale è un fatto prevalentemente maschile, la riproduzione
biologica è un fatto ancora (non so per quanto) completamente femminile;
questi due aspetti coinvolgono le vite di milioni di donne e milioni di
uomini.
Come si fa nella pratica della lingua?
E’ quello che non so ancora bene, comunque quello a cui accenni di indicare
con chiocciola, asterisco o quant’altro il problema nelle finali mi sembra
una buona soluzione, anche se provvisoria; sono poi anche convinta che non
si possa tralasciare di raddoppiare desinenze e termini, nelle scritture non
digitali.

Il Piacere di rivederci

Il piacere di rivederci, Il piacere di stare insieme,  conversare, ridere e mangiare, guardare i bei panorami offerti dal luogo (nuvole e tempesta sabato, sole e caldo domenica); i tentativi di riassumere un’esperienza complessa, con luci e ombre, desideri realizzati, almeno agli inizi, e frustrazioni successive; le  difficoltà di progettare nuove attività  per continuare l’esperienza, la  consapevolezza inquietante  – non dichiarata, perché le parole creano la realtà- che altrimenti si potrebbe rischiare l’esaurimento della stessa.

Abbiamo comunque constatato che ce la sentiamo tutte di impegnarci a continuare.

Facciamole dunque queste Carte false  (come mi è piaciuto il film, andrebbe diffuso nei Centri, ha più di dieci anni, ma è ancora attuale).

Siamo invecchiate in venti anni, privilegiamo  l’affettività che si esprime nei corpi, gesti, sguardi, piuttosto che nel  solo scambio di idee e riflessioni (è vero che si potrebbe pensare che è stato così fin dall’inizio per alcune della Rete, ma nei due giorni trascorsi insieme mi è sembrato di cogliere un diverso – più intenso del solito-  calore, forse anche grazie alla magia del  luogo e all’ospitalità di Stefania) di qui le intense emozioni delle quali scrive Paola .

Il controllo della qualità dell’informazione delle e sulle donne  è stato il nostro obiettivo iniziale vent’anni fa,  un’ informazione  intesa nella forma più ampia e completa possibile, volta a contrastare la deriva e la distorsione che puntano a  confondere le menti e i cuori delle persone.

Ma mai come oggi mi sembra azione politica  necessaria impegnarsi in   un lento e continuo lavoro di “riparazione culturale”,  dal momento che  non abbiamo un tempo infinito davanti a noi, quando persone, animali e “cose” vengono quotidianamente umiliate, oppresse, distrutte  da  un attacco diretto e concentrico  alle vite concrete  e materiali  di donne e uomini , portato avanti dalle politiche economiche e sociali (scuola, precariato del lavoro, attacco alla contraccezione, anche se poco credibile, criminalizzazione della prostituzione  invece che del suo sfruttamento…),  tutte misure che sappiamo vogliono   cancellare l’autonomia e l’indipendenza economica,  di pensiero e  di giudizio, prima di tutto di noi donne.

Non si tornerà  al passato, non succede mai,  si andrà  verso un futuro forse peggiore del presente. 

Che sostegno  possiamo assicurare a  Lilith,  oltre al piacere degli incontri (che rischiano anche di rarefarsi ulteriormente, e  meno male che ci ospitiamo, perché  Trenitalia  continua ad alzare i prezzi dei biglietti!). 

Siamo tutte in città diverse (peccato per la scarsità degli incontri, ma meglio per la nostra prospettiva di sguardi), tutte inserite in contesti diversi, noi vecchiette in pensione abbiamo tempo (ho più tempo oggi che mai in vita mia: studio  prima ,  famiglia e lavoro poi) ,  quindi disponiamo di una ricchezza  che deriva dalla molteplicità di situazioni in cui  operiamo, bene o male, tutte quante.

Concentriamoci e tiriamo fuori la nostra collaudata capacità di inventare luoghi, situazioni, “cose”.

Un abbraccio collettivo

Adriana

Lillywood!!!

Un gruppetto di LILLYWOOD GIRLS

Firenze, 28 giugno sera. Piazzale Michelangelo, alla ricerca di un filo d’aria…in un varco tra la siepe dei turisti. E dopo una giornata intensissima: nel giardino di Eugenia per lo più, in casa attorno a un bel tavolo pieno di cose buone, in una nuvola di discorsi interessantissimi, come non ne facevamo da tanto tempo. Evviva! Un grazie a tutte, un abbraccio appiccicaticcio, alla prossima.

Intanto guardate qui due video, uno della serie: Cervelli in fumo” e uno di quella “Che afa fa”

E qualche foto dell'”evento”.

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La Rete Lilith: una storia

Simonetta De Fazi

pubblicato su DWF, n. 2/3 2007

C’era una volta la rete Lilith. E c’è ancora…

Quella della rete è una storia che mi è stato chiesto di raccontare più volte, non tanto per gli aspetti tecnici – che solo in parte sono in grado di cogliere e restituire – quanto per il progetto politico che ne è / ne è stato alla base.

Anche perchè, molte delle azioni e delle ragioni realizzate sono rimaste nello spazio oscuro del “retro-fare”, avendo preso la scena e la parola più i risultati che il processo e il percorso.

Franca Gianoni, alla quale mi capitò di raccontare una parte della mia esperienza nella rete, mi sollecitò a farne una restituzione più pubblica. E Luciana Tufani, che della rete è stata a lungo presidente, ci invitò a raccontare la particolare vicenda dei NOW (New Opportunities for Women, il programma di Fondo Sociale Europeo, cui la rete partecipò agli inizi degli anni ’90) alla VI edizione della biennale dell’umorismo di Ferrara, nel 1995 dedicata a “Donne, denaro, debiti”. Per portare avanti i progetti, ci eravamo indebitate in molte – chi aveva ipotecato la casa e chi, come me, aveva chiesto un prestito personale con la fideiussione di parenti e amici – e avevamo lavorato tantissimo. E bene. Molto bene. Ma – come ci disse un ispettore al termine dei controlli di rendicontazione – avevamo fatto “troppo con troppo poco”, mettendo in campo una dismisura, o un’eccedenza, che ancora una volta testimoniava un posizionamento eccentrico, dovuto ad un investimento di natura politica oltre che e prima che professionale.

Ma insomma, alla fine, un racconto della rete Lilith poi è mancato.

Per capire come è maturata l’idea di costituire la rete, bisogna però fare un passo indietro.

Nella prima metà degli anni Ottanta l’evoluzione, e anche l’eredità materiale, di molti gruppi politici, aveva dato luogo ad un proliferare di centri di documentazione. Nella considerazione delle più, si trattava di un esito “naturale” e l’attività che nei centri si svolgeva era considerata senz’altro seconda e secondaria (di servizio?) rispetto all’attività politica vera e propria. Ciò che aveva portato alla costituzione degli archivi del ‘900 era già un dato acquisito, la critica storica – grazie soprattutto alle donne – aveva spietatamente messo in luce la costruzione intenzionale della storia e dei suoi documenti. Ciononostante, anche le stesse donne che a questo avevano contribuito non prendevano più di tanto sul serio la noiosissima attività svolta dai centri, che raccoglievano, catalogavano, ordinavano…

I centri di documentazione comunque continuavano a nascere e a diffondersi, guardati sempre con qualche sospetto (forse quello di rappresentare un’evoluzione in senso “impolitico” o di servizio del femminismo. Donne delle pulizie?).

Ricordo che Sandra De Perini mi prendeva in giro, perchè in quegli anni lavoravo (gratuitamente, of course) al Centro documentazione studi sul femminismo, costituito a Roma dal collettivo femminista di Pompeo Magno. “Impiegata del catasto” mi chiamava, esprimendo così tutta la sua incapacità di comprendere la mia “affezione per le carte”.

Anche Luisa Muraro non si mostrò interessata all’attività dei centri e al progetto di costituzione della rete, cui Piera Codognotto la mise a parte con una lettera. Poi, molto poi, venne fuori “il sottoscala della libreria delle donne di Milano” come luogo aperto anche alla documentazione e ai fondi archivistici aperti alla consultazione.

Nel 1986, il Coordinamento dei centri documentazione, biblioteche e librerie delle donne – nato a Bologna appena un anno e mezzo prima – promuove a Siena, il convegno nazionale “Le donne al centro”, ma già nella primavera dello stesso anno, si era tenuto a Roma un incontro presso la sede del Centro Studi DonnaWomanFemme che aveva messo a tema la politica delle donne e la realtà dei centri di documentazione.

Ripensandoci, mi verrebbe da dire che forse la diffusione dei centri accelerò la messa in campo di alcune questioni che fino ad allora erano rimaste sullo sfondo o che erano senz’altro inedite per i gruppi politici del femminismo.

I centri svolgevano un’attività che per certi versi era di servizio e per altri di ricerca, avevano bisogno di – e spesso sviluppavano – competenze professionali specifiche, possedevano un patrimonio fisicamente consistente. Dunque, per farla breve, avevano bisogno di stabilità, spazio e risorse. Il tutto, in un periodo in cui l’evoluzione delle tecnologie cominciava ad avere un impatto più diffuso (il Commodore 64, il più diffuso home computer del mondo all’epoca, uscì nel 1982, lo stesso anno del primo pc IBM 8088, il cui costo si aggirava attorno ai 6 milioni).

I rapporti con le istituzioni locali, gli enti di ricerca e le organizzazioni professionali; l’opzione tra autofinanziamento e finanziamento pubblico; l’impostazione del lavoro per progetti; la ricerca di finanziamenti stabili; l’acquisizione di competenze informatiche e lo sviluppo di interventi formativi specifici. Erano queste alcune delle questioni che i centri si trovarono ad affrontare e che rappresentavano delle scommesse assolutamente inedite rispetto all’esperienza dei collettivi politici.

Il movente che diede inizio alla rete e all’idea di realizzare un catalogo unico fu il desiderio di mettere in condivisione i materiali raccolti dai centri e di trovare le soluzioni tecniche e tecnologiche per farlo, anche promuovendo la ricerca e la formazione sui linguaggi e le metodologie di trattamento dei documenti.

Solo in seconda battuta c’è stata una ragione di ordine “conservativo”, anche se per noi del Centro di documentazione studi sul femminismo fu poi una questione “drammatica”, perché l’umidità del luogo in cui erano collocati i documenti – il palazzo del Buon Pastore a Roma – e i lavori di restauro in corso danneggiarono irreparabilmente molti dei documenti e i più preziosi.

Comunque, il lavoro dei centri aveva a che fare con un materiale che si era depositato spontaneamente e disordinatamente – le donne all’epoca sembravano vivere in un presente continuo, non avendo alcuna preoccupazione di dare testimonianza di loro stesse – con l’obiettivp di condividerlo e diffonderlo. Questa era la spinta iniziale, la questione della messa in ordine è venuta solo come conseguenza.

Credo di poter dire che, dal punto di vista tecnico, la rete è nata a Firenze, per iniziativa di Eugenia Galateri e Piera Codognotto della Libreria delle donne – o meglio dell’Associazione “Fili” – alla fine degli anni ‘80, anche se la formalizzazione ufficiale è del 1993. L’idea era di realizzare una “banca dati” comune, ma non solo. La rete nasce da un nucleo di otto centri di documentazione e librerie: Bologna, dove aveva sede il Coordinamento dei centri; Firenze; Roma che aderiva con tre centri: DWF, il Centro documentazione e, successivamente, con la Ong Prodocs; Ferrara; Cagliari e Milano, con quella che oggi è la Fondazione Elvira Badaracco.

Siamo così abituate oggi ad avere a che fare con il computer e con Internet che ci parrà strano ricordare quanto vent’anni fa la situazione fosse molto diversa. Nel 1993, nel corso del progetto europeo NOW, il Centro documentazione studi sul femminismo realizzò un corso per documentaliste esperte nel trattamento documentario informatizzato attento alla dimensione di genere. Il sistema operativo era ancora il famigerato DOS. L’utilizzo della posta elettronica e di Internet era una cosa da pionieri. Mi ricordo che ne facemmo esperienza grazie ad un docente che veniva dall’ENEA, portando con sé un modem enorme che sembrava una cosa magica, misteriosa.

La nostra idea era comunque quella di creare più punti di accesso – tanti quanti erano i nodi della rete – per la consultazione di un catalogo unico.

Questo ha aperto tutta una serie di problemi, molti dei quali già presenti alle tante donne che lavoravano nell’area della documentazione e/o dell’archivistica.

La prima, più importante e impegnativa, questione è stata quella del linguaggio di indicizzazione: che parole chiave usare per catalogare i materiali? L’indicizzazione è la possibilità di recuperare un documento in relazione al suo contenuto. Può trattarsi di quello che definiamo comunemente un libro, ma più spesso – per la tipologia dei materiali posseduti dai centri – si trattava di documenti inediti, il cosiddetto “materiale grigio”: volantini, manifesti, striscioni, foto, diapositive, filmati, canzoni, racconti, interviste, interventi, relazioni… che con gli strumenti di indicizzazione standard sarebbero stati difficilissimi da recuperare. Anche il materiale edito era comunque un bene prezioso, non essendo per lo più depositato, com’è d’obbligo, alla Biblioteca Nazionale, molte pubblicazioni erano infatti prodotte da piccole case editrici o in proprio e in pochissimi negli anni Settanta osservavano l’obbligo di deposito. Le donne che lavoravano con competenza in questo settore – bibliotecarie, archiviste e documentaliste – rilevarono da subito come il linguaggio di indicizzazione non avrebbe reso recuperabili questi materiali. DWF su questo fece un lavoro importante: la biblioteca di “DWF” fu una delle prima aperte al pubblico, attraverso una convenzione con il Comune, e una delle prime dunque ad adottare gli standard internazionali di descrizione bibliografica, ovvero la classificazione Dewey e il soggettario nazionale. Per recuperare il tipo di documenti che avevamo, con quegli strumenti, si doveva passare attraverso una ricerca infinita, il necessario accompagnamento di una persona esperta e la sopportazione di generalizzazioni intollerabili.

E’ così che la rete Lilith iniziò a lavorare alla costruzione del thesaurus, cioè a una sorta di soggettario comune e alternativo a quello nazionale (in realtà, già nel 1989, nel convegno “Perleparole” promosso dall’allora Centro di studi storici sul movimento di liberazione della donna in Italia – ora Fondazione Badaracco – la questione dei linguaggi di indicizzazione e del thesaurus fu al centro del dibattito e fu proprio dal Centro di Milano che nacque il primo nucleo di quello che poi sarà il thesaurus della rete Lilith, “Linguaggiodonna”).

All’epoca esistevano soltanto due thesauri nazionali, uno sullo sport e l’altro sulla salute, più uno internazionale sulla formazione, curato dal Cefop. Il thesaurus è una raccolta di parole chiave con una struttura ad albero: ogni espressione è corredata da descrittori che permettono di andare dal generale al particolare e che descrivono tra loro relazioni di parentela o di prossimità. Le espressioni del thesauro vennero individuate a partire dal linguaggio naturale dei documenti stabilendo delle connessioni che rinviavano a vere e proprie scelte politiche. Ad esempio, “violenza sessuale” non fu incluso tra i descrittori del thesaurus, al suo posto venne messa la parola “stupro”, perché così accadeva nei documenti e nel pensiero femminista degli anni Settanta, dato che l’espressione “sessuale” aveva una valenza positiva e non poteva essere collegata ad un evento così negativo. Vennero poi redatte delle tabelle di equivalenza che tenevano invece conto del linguaggio corrente e giornalistico, per cui se si cercava “violenza sessuale”, la ricerca indirizzava sul descrittore “stupro”. Nello stilare quest’elenco di corrispondenze si tenne anche in conto l’evoluzione della lingua e comunque il linguaggio di chi avrebbe cercato quei materiali, adottando un metodo inverso a quello del soggettario nazionale, che costringeva la ricercatrice ad adattarsi a un linguaggio fisso ed estraneo.

Fu un lavoro lunghissimo e rigorosissimo.

Per la realizzazione della banca dati, Piera Codognotto e Eugenia Galateri proposero di utilizzare il software CDS-ISIS, che era distribuito dall’UNESCO e che girava su MS-DOS – la versione per Windows uscì anni dopo. Si trattava di un software gratuito, difficilissimo da usare, anche perché non aveva nessuna softerhouse dietro, cioè nessuno che fornisse gli applicativi, la formazione e l’assistenza. Ogni adattamento, andava costruito “ in casa” e compilato in Pascal. Esisteva – è vero – un manuale, scritto dal signor Del Bigio (come dimenticarlo!), residente a Parigi e autore del software stesso.

CDS-ISIS era molto diffuso in America Latina e, in genere, nei cosiddetti paesi poveri, nelle biblioteche scolastiche – questo ci piacque molto – nelle biblioteche e nei luoghi che si autorganizzavano. Claudia Pantanetti, allora direttrice della Mediateca del Palazzo delle Esposizioni, insieme a Giuzzo Barbaro, che si occupava della mediateca della Scuola popolare di musica di Testaccio, crearono allora l’Associazione degli utenti di ISIS, una istituzione davvero meritoria che si occupava di far circolare informazioni e apprendimenti sull’uso del programma, attraverso incontri formativi e la costituzione di una sorta di gruppo di intervento “esperto” (ricordo un bellissimo corso organizzato da Claudia al Palazzo delle Esposizioni durante l’allestimento di una mostra di Botero…). Così, l’Associazione degli utenti di ISIS ci ha portato a contatto con persone e realtà che ci interessavano, che si occupavano di materiali diversi da quelli “standard” come la musica, nel caso della Scuola di Testaccio, o gli audiovisivi, nel caso dell’Archivio audiovisivo del movimento operaio e democratico. Era una rete di soggetti che si proponevano di rendere fruibili dei materiali di storia contemporanea che non potevano essere tramandati nei modi canonici.

La banca dati di Lilith cominciò a costruirsi; dapprima e per molto tempo fu distribuita su dischetti – prima quattro, poi otto, poi dodici… – che insieme all’applicativo ogni centro doveva caricare sul proprio computer. Non c’era ancora la possibilità di collegarsi in rete: ci incontravamo e ci scambiavamo i dischetti contenenti i record dei materiali classificati fino a quel momento.

Vennero messi a punto tre applicativi: per le monografie, per lo spoglio di riviste – DWF, con Angela Mura e poi con Stefania De Biase e Stefania Zambardino, avviò lo spoglio di tutti i numeri della testata, indicizzando e scrivendo un abstract per ciascun articolo – e per il materiale non librario, cui si aggiunse – al termine del progetto NOW – un applicativo specifico per la descrizione dei manifesti, realizzato dalle ragazze che seguirono il nostro corso. Per i primi due fu fondamentale la competenza delle bibliotecarie, mentre per il materiale non librario ci fu un lungo lavoro di continua revisione e messa a punto, sostenuto dall’impegno di tante, in particolare delle archiviste, come Paola De Ferrari di Genova (ultimamente Paola ha scritto un libro, edito dalla Fondazione Piera Zumaglino di Torino, in cui racconta il lavoro di catalogazione del fondo di Alessandra Mecozzi, sindacalista. E racconta di come si applica una tecnica alla vita e di come quest’ultima possa con ciò essere – almeno in parte – recuperata o, almeno, “vista”) e delle documentaliste.

La catalogazione informatizzata di questi materiali fu la cosa più impegnativa: di software specifici ne esistevano pochi (o niente) e poco diffusi, sia per quanto riguarda gli archivistici che i materiali non-librari (non a caso definiti solo per differenza: non-book-materials).

Abbiamo dovuto inventare tutto, prendendo in mano i documenti, uno ad uno, e cercando di tradurli senza tradirli attraverso uno strumento informatico che era in un certo senso ottuso. E poi c’erano una serie – lunga – di problemi “accessori”, tipo: i volantini il più delle volte riportavano il giorno dell’evento che pubblicizzavano, per cui sapevi con certezza che il 13 luglio era un martedì, ma quasi mai era indicato l’anno: “martedì 13 marzo a Piazza Navona…”. Se eravamo comunque in grado di attribuire l’anno cui faceva riferimento il documento, non sapevamo come indicare la certezza o meno dell’attribuzione. Per non parlare della descrizione dei documenti del gruppo napoletano “Le Nemesiache”. Sono casi esemplari della resistenza degli archivi femministi, del femminismo, a “farsi catalogare”. In senso letterale e figurato.

Il pacchetto iniziale della rete Lilith si componeva dunque dei tre applicativi, della prima versione del thesaurus e della prima stesura delle liste d’autorità, ovvero un elenco di equivalenze tra diciture diverse della stessa entità, utili per standardizzare l’inserimento dei dati e dunque per ottimizzare la ricerca. Anche da parte dei produttori stessi dei documenti, infatti, non era raro trovare “firme” diverse: UDI, U.D.I., Unione Donne Italiane. Così prima di compilare una scheda dovevi consultare le liste d’autorità per assegnare correttamente il nome ente (in caso contrario, si era costrette a ripetere la ricerca per ogni diversa occorrenza), il thesaurus per trovare le espressioni che meglio descrivessero il contenuto del documento, cioè i descrittori maggiori e i descrittori minori, rispettivamente riferiti ai contenuti più specifici e a quelli più generali del documento.

Altra cosa importante – bisogna sempre ricordare che Internet non esisteva e la ricerca “full-text” era un sogno – è che abbiamo pensato anche a ricerche per luogo, persona, periodo. In questo modo si potevano circoscrivere e raffinare le ricerche su una banca dati che nel frattempo andava sempre più ampliandosi (si poteva infatti utilizzare un descrittore generico come “femminismo”, incrociandolo con un decrittore di tempo come “anni ‘70” e di luogo come “Milano”, ecc.), fino ad arrivare agli oltre 20.000 records nella metà degli anni ’90.

Insomma, per compilare una scheda ci mettevi un tempo lunghissimo (in compenso, le ricerche erano velocissime!!).

Il lavoro della rete era organizzato per gruppi: sul thesaurus, gli applicativi, le liste d’autorità, gli archivi. E poi il gruppo “cardine”: quello sulla verifica, pulizia e collazione dei nuovi record nella banca dati comune. Ogni gruppo organizzava la formazione sulle competenze di pertinenza e in ragione delle richieste.

I centri si erano impegnati a versare un minimo di 150 record inediti l’anno – avendo la Rete preventivamente provveduto ad individuare le aree tematiche di pertinenza di ciascun centro – oltre alla quota associativa.

La rete stabilì poi modalità diverse di partecipazione, anche in relazione all’impegno e alle responsabilità che i centri intendevano assumere all’interno della rete. Al primo nucleo dei centri associati, se ne aggiunse così uno più consistente dei centri “aderenti” che – pur partecipando alla costruzione della banca dati comune – non necessariamente si impegnava nei gruppi, nella formazione, nella progettazione delle iniziative future, negli incontri sullo sviluppo della rete e sulle sue strategie, nella ricerca delle risorse.

Se i primi anni ’80 furono quelli dei Centri documentazione, la fine del decennio e l’inizio del successivo fu caratterizzata dal nascere e proliferare delle Commissioni pari opportunità a tutti i livelli. Furono in gran parte queste realtà ad aderire alla rete, con scarso scambio di interesse e riflessione, salvo le solite eccezioni. La rete d’altra parte era aperta e bisognosa di garantirsi una minima continuità di risorse, anche se il lavoro di quasi tutte noi (“fondatrici”, per capirci) continuivana ad essere gratuito o “barattato”.

Io per esempio mi occupavo della contabilità della rete, così assolvendo al versamento della quota annuale da parte del Centro documentazione, in permanente condizione di indigenza cronica. Ma – a parte le storie personali – la questione della disparità delle risorse tra i centri fu assai dibattuta. Le realtà povere non riuscivano ad impegnarsi più di tanto, a stare al passo con l’evoluzione tecnologica, ad assicurarsi competenze tecniche e ad essere più progettuali. D’altra parte, alcune di loro, avevano competenze quasi insostituibili, possedevano i fondi più interessanti e rappresentavano punti di interrogazione importante della banca dati. Nel dibattito sullo sviluppo della rete, la questione fu molto presente. I centri che avevano sostegno stabile dalle istituzioni locali – in particolare Bologna – mordevano un pò il freno, d’altra parte la questione del “dove andare” e come orientare il nostro sviluppo in un periodo in cui l’evoluzione delle tecnologie informatiche era rapidissima, riguardava tutte. E tutte ci re-interrogava sulle ragioni della nostra nascita e del nostro operare. Le tecnologie ci incalzavano, ma le scelte che avevamo davanti non erano di quell’ordine. La rete Lilith nasce prima della rete per eccellenza, Internet, ma alla base aveva lo stesso sogno di condivisione, partecipazione, libertà e – lo dico sommessamente che se no la parola si rompe – democrazia.


Nel 1993, lo accennavo già prima, abbiamo partecipato al primo programma NOW della Comunità europea, nato per favorire l’occupazione femminile: la nostra idea era di formare competenze per il trattamento informatizzato dei documenti, soprattutto per la loro indicizzazione, in particolare di quelli posseduti dai centri, con ciò formando anche una coscienza critica rispetto a strumenti e tecniche documentarie “neutre”.

Nel percorso coinvolgemmo interlocutori istituzionali, professionali e politici, condividendo riflessioni, attivando scambi e progettualità, promuovendo incontri, mettendo insieme i diversi soggetti e ponendo loro interrogativi inediti. Dall’AIB, l’Associazione Italiana delle Biblioteche, all’AIDA, Associazione Italiana di Documentazione Avanzata, all’Archivio di Stato, all’Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, alla Biblioteca della Camera dei Deputati, all’Archivio audiovisivo del movimento operaio e democratico, all’UDI, all’Istituto Gramsci e – per farla breve – alle realtà del progetto “Archivi del ‘900”.

Nel corso del progetto NOW andammo in visita di studio in Danimarca. Eravamo in contatto con un centro danese che raccordava i centri di donne scandinavi, della Danimarca, Svezia e Norvegia. Attraverso il centro danese, si potevano interrogare le banche dati degli altri centri (loro sì che erano collegati in rete…), ma non avevano un catalogo unico – nè avevano mai pensato di farlo. Questo voleva dire che le interrogazione si dovevano replicare per ciascuna banca dati. Questa fu per me una sorpresa, mi diede il segno di quanto noi avessimo concepito e realizzato una tappa avanzata rispetto a quanto fatto da altri centri più professionalizzati o ricchi della nostra rete.

All’arrivo di Internet dovemmo però decidere cosa fare di quella banca dati, se l’avessimo resa consultabile attraverso un sito pubblico non avrebbe più avuto molto senso far pagare la quota associativa. Alla fine decidemmo comunque di mettere la banca dati in rete, nel senso di Internet stavolta, dando così la priorità al movente iniziale di Lilith, cioè il desiderio di condividere e diffondere i materiali a disposizione nei vari centri. Unica riserva, decidemmo di non includere gli abstract.

Così – già da diversi anni – sul sito, http://www.retelilith.it, si trova tutta la banca dati, anzi tutte le banche dati prodotte dalla rete.

E poi, la storia continua…


 

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