Archivi categoria: femminismo

Squadristi dell’incultura

Quando nel 1986 Alma Sabatini pubblicò le “Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana”, l’opuscolo venne accolto da una raffica di lazzi e frizzi. Quelle che, fatte proprie dalla Commissione nazionale alle pari opportunità, erano delle indicazioni su cui riflettere vennero recepite come un’imposizione e come un intollerabile attentato alla lingua italiana. Gli sghignazzi su termini considerati ridicoli solo perché non usati comunemente benché perfettamente corretti linguisticamente si sprecarono. Le “Raccomandazioni” e il successivo libro del 1987 di Alma Sabatini, “Il sessismo nella lingua italiana”, erano già allora il frutto di numerose analisi sul linguaggio condotte da studiose di vari paesi – esemplare per l’Italia quella di Patrizia Violi, “L’infinito singolare” – da cui venivano ricavate indicazioni pratiche che si invitava a seguire.
Da allora sono passati più di vent’anni ma poco è cambiato e le indicazioni sono state recepite e fatte proprie solo in alcuni ambienti, come ad esempio da qualche quotidiano o amministrazione comunale, ma nella generalità delle istituzioni pubbliche il neutro-maschile impera tenacemente e quasi non esistono documenti ufficiali in cui sia indicata la differenza di genere. Che si vada alla posta, in banca, all’ASL o in un ufficio qualsiasi ci si trova a dover compilare moduli in cui si può risultare unicamente “il” cliente, correntista, paziente, delegante ecc. oppure “il direttore”, “l’amministratore”, mentre in biblioteca o in internet possiamo fare ricerche unicamente per “autore”, “traduttore”, “curatore”.
In altre lingue le forme di cancellazione o di svalutazione del femminile possono essere diverse ma i risultati non cambiano e, a quanto pare, poco è cambiato anche nell’uso se l’Unione Europea ha ritenuto opportuno stilare un regolamento comunitario che dia indicazioni in merito a come formulare i documenti ufficiali. Questo non vuol dire limitare la libertà di espressione ma, in qualche caso, far rispettare alcune regole di grammatica o delle elementari norme di buona creanza. Conoscendo la cautela dell’UE, dubito che le direttive siano dittatoriali e tanto meno rivoluzionarie ma come tali sono state vissute e hanno dato luogo a reazioni scomposte.
Tra queste dispiace dovere annoverare quelle comparse domenica 22 marzo nell’inserto Domenica del Sole24ore. Per un inserto culturale serio e di buon livello come il vostro, pubblicare un intervento come quello a firma Diego Marani, è stata un’incredibile caduta di stile. L’intenzione si presume fosse quella di scrivere un pezzo spiritoso ma il risultato è invece all’altezza della prosa di un rappresentate della lega.
Non consono, poi, all’abituale accuratezza pubblicare, dandogli inoltre un eccessivo rilievo, quello di Giuseppe Scaraffia, scritto evidentemente su commissione e di fretta, senza conoscere i termini del contendere od essersi abbastanza documentato, perché, a meno che alla CEE non lavorino persone che nulla sanno sugli Women’s Studies o che li abbiano completamente travisati, non si tratta di “cancellare le differenze di genere” e quindi discettare su una Madame Bovary uomo non è pertinente.
Tornando all’articoletto di Diego Marani, non so se Diego Marani sia signore o signorino e quindi non so se lo si possa definire uno zitello, ma acido lo è sicuramente. Acidità scatenata, e qui mi improvviso psicologa della domenica, da un irrisolto conflitto adolescenziale con una qualche insegnante da cui si è ritenuto ingiustamente svalutato e che rimpiange di non potere qualificare da vecchia zitella, con tanto di corredo di acidità e nei pelosi. Non so che mestiere faccia ora il signore, o signorino, Marani ma certo non avere licenza di ricorrere alla stessa forma di apprezzamento nei confronti di colleghe o datrici di lavoro verso le quali ha qualche conto in sospeso deve costargli molto. Il nostro credo si ritenga una persona civilizzata perché, presumo, non ha avuto occasione di stuprare qualche donna ma non si rende conto che la volgarità del suo attacco misogino (e, tanto per non scontentare nessuno, anche omofobo) è una forma di violenza sessuale anch’essa.
In questi nostri tempi bui – per tutti e non solo per le donne ma per le donne, come al solito, in modo particolare – della violenza sulle donne ci si ricorda solo per usarla come pretesto per far passare provvedimenti xenofobi e liberticidi. Invece di istituire ronde, sarebbe invece molto più opportuno creare squadre di spazzini che liberino le menti dalla spazzatura che vi si è accumulata , trasformandole in terreno sgombro da pregiudizi pronto ad accogliere un qualche seme di conoscenza e civiltà.
Luciana Tufani

P.S.: Da tempo medito di creare su Facebook un gruppo di pressione per la diffusione del linguaggio di genere, se non l’ho ancora fatto non è solo perché non ne trovo il tempo. Su FB vengono trasformati pari pari termini inglesi in italiano senza tenere conto delle differenze tra le due lingue. Forse i responsabili italiani del sito le ignorano o forse non ne vogliono tenere conto. Già sono indicata come “amministratore” del gruppo Associazione culturale Leggere Donna e di quello del Centro Documentazione Donna di Ferrara, sarebbe ancora più paradossale che per un gruppo come quello sul linguaggio di genere risultassi “il fondatore”.

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Neutralità di genere

Scrive Paola:

Linguaggio maschilista, la UE, la becera cagnara dei media di tutta Europa
Lun 20.04
L’Unione Europea raccomanda, nella stesura di documenti ufficiali, di evitare termini maschili con funzione di neutro. Distribuscisce un manualetto in tutte le lingue adottate con istruzioni ad uso sopratutto dei suoi dipendenti.
Maggiori particolari sul fatto nel post del Serverdonne .
Apriti cielo! Una cagnara di media grandi e piccoli, da noi ad esempio l’inserto del Sole24ore di domenica, tono semiserio per un’arrogante carrellata di luoghi comuni maschilisti…con voluto travisamento dello scopo principale dell’iniziativa.
E’ chiaro che i redattori dei pezzi, opinionisti di fama, non hanno mai avuto l’esperienza di abitare da sempre in una lingua che non prevede l’esistenza di DUE o PIU’ generi – a partire da quello femminile -con ogni diritto ad vedere rappresentata la propria esistenza e soggettività.
E magari si crederanno perfino spiritosi! invece sono dei buzzurri ignoranti.
Anche Francesco Sabatini, presidente dell’accademia della Crusca, nel 1987 raccomandava un uso non sessista della lingua. E ricordiamo Alma Sabatini e il suo insuperato manuale, che ormai è uscito più di 20 anni fa…
Propongo di scrivere lettere di protesta alle redazioni dei giornali e ovunque l’iniziativa UE è stata commentata in questo modo, chiedendo una informazione reale sull’avvenimento.

Risponde Adriana:
Ho letto sia la tua nota che ho sottoscrito su facebook, sia l’articolo
sul Server firmato FF, che credo sia Federica; in realtà l’impostazione:
neutralità di genere non mi piace, ci risiamo col falso neutro.
Comunque forse è importante comunicare il problema anche a livello istituzionale
(amministrazioni, uffici…)
Osserva Paola:
Credo che in questo caso, dico del manuale europeo, la cosa
interessante sia: cercare di sostituire falsi neutri (termini
maschili) con termini o circonlocuzioni che si approssimino di più a
“neutri reali” che in italiano e altre lingue non esistono. E’ la
stessa tendenza che nella comunicazione via internet, ma non solo, fa
troncare l’ultima o le ultime lettere e le fa sostituire con
asterischi, chiocciole e via sbizzarrendosi.
La mia opinione è che questo movimento è all’interno di una più
generale riconsiderazione di come significare i generi; e ancora di
più, dall’emergere di una idea che i generi, come costruzioni
socio-simboliche, non sono legati “solo” ai caratteri sessuali che si
hanno alla nascita, (che anche essi possono essere ibridi), ma anche
alle scelte, alle opzioni, alle determinazioni che la soggettività
assume durante il corso della vita (scelte e/o costrizioni, o insieme)
Quindi il maschile e il femminile nel linguaggio non possono più
“rappresentare” tutte le possibili sfumature dei generi (vedi
l’emergere a livello mondiale dei movimenti GLBT). Ma non si tratta
solo di scelte di oggetti sessuali, o di comportamenti sessuali .
Credo che si rivendichi vere e proprie forme diverse di soggettività,
che non trovano rappresentazione né nel maschile né nel femminile.
Credo che qui sia più o meno esplicita una critica della differenza
sessuale in senso essenzialistico, anti-storico (“o maschi o
femmine”- infatti oggi le posizioni vaticane si appoggiano volentieri
a questo concetto di differenza, e viceversa, mentre si scagliano
contro le teorie del “gender” come costruzione essenzialmente sociale,
culturale e simbolica, che aprono le porte alle soggettività
trasgressive…)
Credo anche che “questo” concetto di “neutro”, come sospensione della
possibilità di identificare nel già previsto, sia più vicino alla
nostra critica del linguaggio e allo sforzo che abbiamo fatto per fare
emergere il femminile come appunto “imprevisto” dal linguaggio.
Trasgredendo diverse regole, non solo grammaticali.
Però occorre mantenere alta la tensione a capire come le
trasformazioni sociali, e in queste, le punte più incisive e
corrosive, possano aprire ancora una volta il linguaggio a nuove
avventure. In questo senso il neutro simboleggiato dalla @ è diverso
dal neutro astratto dei termini come “adolescenza” al posto di
adolescenti maschi e femmine Qui si allude alla soggettività, alla
sessualità, alla sua trasformazione, alle sue performance dentro e
fuori la lingua. Paradossalmente, ci trovo un maggiore legame con il
“corpo”, la corporeità piuttosto scandalosa, che viene oggi esibita
invece che nascosta. Perciò questo casino. Ma ben venga…
Fammi saper come la pensi.

Concorda Adriana:

E’ proprio questo l’ambito nel quale mi sto muovendo: non a caso sto
studiando gli ultimi libri di Butler : La disfatta del genere e Critica
della violenza etica, perché la questione è sì uscire da ogni essenzialismo
(che sia culturale o biologico), ma non si può uscire in regressione (per
quanto riguarda la lingua ricorrendo al maschile unificante o al neutro
astratto dai corpi) nel senso di dire che parlare di differenza
maschile/femminile non ha più senso, bensì fare un salto verso un riconoscimento
delle soggettività diffferenti e moltiplicantesi, libere dalla gabbia logico-linguistica
maschile o femminile.
Detto questo, in questo momento, non si può ignorare il fatto che un conto è
il/ i genere/i (meglio in italiano sessi/generi di appartenenza),
indipendentemente da qualsiasi orientamento sessuale, permanete o temporaneo
(altro mito da sfatare nella percezione del senso comune), e un conto è il
fatto che esistono donne e uomini a cui dare paritaria rappresentatività in
tutti i settori, indipendentemente dai generi/sessi scelti o attribuiti
La violenza sessuale è un fatto prevalentemente maschile, la riproduzione
biologica è un fatto ancora (non so per quanto) completamente femminile;
questi due aspetti coinvolgono le vite di milioni di donne e milioni di
uomini.
Come si fa nella pratica della lingua?
E’ quello che non so ancora bene, comunque quello a cui accenni di indicare
con chiocciola, asterisco o quant’altro il problema nelle finali mi sembra
una buona soluzione, anche se provvisoria; sono poi anche convinta che non
si possa tralasciare di raddoppiare desinenze e termini, nelle scritture non
digitali.

Da Linguaggiodonna al web semantico. Racconto di un’esperienza

Intervento a due teste e quattro mani, in relazione alle competenze specifiche.
Sulla fine degli anni Settanta nasce, nei Centri di documentazione , biblioteche, librerie e archivi delle donne, che cominciavano a sorgere come esito del femminismo, la necessità di un’attività di documentazione in propettiva di genere.
La crescita qualitativa e quantitativa di investimento culturale da parte delle donne, che si concretizza
A da un lato nell’ aumento della produzione scritta delle/sulle donne,
B dall’altro nella rilettura di testi del passato a firma femminile,
comporta nuovi bisogni informativi, dettati dalla necessità di far emergere i contenuti di una produzione, sovente eccentrica rispetto alle partizioni disciplinari ufficiali, evitando l’invisibilità determinata dai metodi di classificazione in uso; che a causa dell’androcentrismo della nostra lingua-pensiero, occultavano sia la presenza che l’assenza delle donne reali dai processi culturali, economici, politici e sociali.
Si mette sotto critica l’ inadeguatezza dei due sistemi più usati allora: il Decimale Dewey e il Soggettario Nazionale, verificata in momenti di incontro e coordinamento dei dieci Centri e biblioteche che daranno di lì a poco vita alla Rete Lilitha, conducono alla sperimentazione di nuovi linguaggi di indicizzazione che ha trovato un primo momento di confronto nel Convegno internazionale del 1988 Perleparole. Le iniziative a favore dell’informazione e della documentazione delle donne europee, organizzato per il Centro studi…. da Beatrice Perucci e da me, finanziato dalla Commissione delle Comunità europee, a cui hanno partecipato Centri delle donne, Archivi e biblioteche europee e italiane.
A portare avanti in Italia la ricerca e sperimentazione su nuovi strumenti improntati a diversi criteri e metodi biblioteconomici e archivistici sarà dunque il gruppo di lavoro “Informazione e documentazione”, costituitosi nel 1988 all’interno del “Coordinamento Nazionale dei Centri, Biblioteche, Librerie e Case delle donne”, poi la Rete Informativa Lilith.
Nasce così l’idea di sperimentare un nuovo linguaggio di indicizzazione, il thesaurs “Linguaggiodonna” messo a punto da Perucci e da me, con la collaborazione di Codognotto, nell’ambito delle attività del Centro studi storici di Milano, fondato nel 1979 da Pierrette Coppa e Elvira Badaracco, dal 1994 Fondazione Badaracco..
Al momento della sua costruzione alcuni temi e prospettive che oggi sono largamente diffusi nella consapevolezza generale non erano così condivisi; fra i tanti tre sono quelli con cui abbiamo dovuto misurarci nella costruzione del Thesaurus, mi riferisco:
1- alla messa in discussione della separazione tra pubblico e privato nei campi della politica, del sociale e della cultura, con la relativa segregazione di uomini e donne nelle due sfere di riferimento
2-alla falsa universalità degli apparati disciplinari (categorie analitiche e teoriche apparentemente rappresentanti uomini e donne, ma costruite su un modello di soggettività maschile)
3-al sessismo della lingua italiana (e di conseguenza della mentalità di molte donne e molti uomini), nascosto dall’androcentrismo della nostra lingua, che svalorizza e/o cancella la dimensione di vita e pensiero delle donne.
Per quanto riguarda il primo punto l’impianto concettuale di Linguaggiodonna si fonda sulle tematiche che hanno costituito i nodi teorici della riflessione femminile, mi limito a segnalare l’inserimento di partire da sé, rapporti tra donne, relazione madre-figlia, autocoscienza, nel microthesaurus POLITICA, così come lavoro familiare nel microthesaurus LAVORO.
Sul secondo e terzo punto ci siamo regolate con soluzioni ispirate ai lavori pionieristici di Alma Sabatini e Patrizia Violi, con scelte grammaticali e lessicali anche in contrasto con i criteri di economicità necessari a un linguaggio di indicizzazione, che si avvale sì del linguaggio naturale dei documenti ma tratta i termini come simboli; così per dare visibilità ai soggetti concreti sessuati,
1 abbiamo evitato l’astratto (adolescenza, infanzia..) per dare visibilità ai soggetti sessuati in carne e ossa;
2 abbiamo raddoppiato le desinenze dei sostantivi, o i termini interi, (oggi si ricorre al’asterisco, meglio che niente, segnala l’esistenza di due soggetti);
3 inoltre si è pensato di invertire sistematicamente l’ordine di presentazione dei termini strutturati in coppie oppositive, sostituendo il femminile al maschile come primo termine della coppia, considerato che nella lingua italiana il primo termine delle coppie oppositive è sempre connotato al positivo, e il secondo al negativo (buono/cattivo, bello/brutto, natura/cultura, uomo/donna),
4 poi ci sono i problemi dei termini invariabili, participi presenti sostantivati, o epiceni,che nella lingua d’uso sono distinti dall’articolo, mentre in un linguaggio di indicizzazione non è possibile, allora siamo ricorse al modificatore donna.
Questo era ieri, oggi donne e uomini informano e comunicano tra loro soprattutto attraverso il web.
Questa grande trasformazione del medium, e i suoi rapidi sviluppi, ci impongono anche sul terreno della rappresentazione della conoscenza di genere nuovi e impegnativi problemi. Il Thesaurus Linguaggiodonna, anche nelle sue intenzioni destrutturanti di stereotipi sessuali, si è basato su testi soprattutto cartacei, oggi i due universi coesistono, ma il medium digitale è già il presente e sicuramente il futuro.
Proviamo a porre alcuni problemi che ci sembrano ineludibili:
relativo al social tagging
oggi milioni di persone, con gli strumenti del web2.0, praticano il social tagging, attribuiscono parole chiave a documenti di tutti i tipi sul web per sintetizzare il contenuto e per consentire a se stessi o a altri utenti il reperimento. Una gigantesca operazione di indicizzazione “dal basso”, la cui importanza è ben nota e trasformata in valore di mercato dalla Net Economy. Si stima che ci siano 150 milioni di blog oggi sul web, in tutte le lingue. A prescindere da tutti i problemi dell’identità virtuale (di cui scrive Patrizia Violi nel suo saggio su “Tecnologie di genere”) forse più della metà sono creati da donne.
Sarà possibile analizzare questa attività dal punto di vista di una soggettività di genere, delle sue trasformazioni, se va nella direzione di confermare o modificare stereotipi sessuali insiti nel linguaggio (nei molti linguaggi)? I numeri stessi della base di indagine implicano studi che non sono più alla portata di singole ricercatrici o di gruppi ristretti.

Relativo alla negoziazione dei significati

L’allargamento delle basi dati pone poi un altro problema, per fare un esempio recente, al di fuori dell’esperienza della Rete Lilith, è stata molto complessa la creazione del Thesaurus di Archivi del Novecento, su una base di dati allargata ai patrimoni degli archivi storici di meno di un centinaio di Istituti italiani, e oltretutto abbastanza omogenea per ambito storico e linguistico. Operazione fatta tra l’altro da specialisti del settore: ma la “negoziazione dei significati” per creare uno strumento unico e condiviso ha comportato tempi lunghi e scelte difficili, con l’esclusione, ad esempio, della sessuazione del linguaggio adottato (i “partigiani” vale per maschi e femmine…)

Relativo al Web semantico: processi sociali di negoziazione di significati

La stessa difficoltà, su una base immensamente più vasta, è alla radice dei problemi della creazione di ontologie, alla base del web semantico. Le ontologie, vocabolari specifici per un dato dominio di conoscenza strutturati in linguaggi comprensibili dalle macchine, non dovrebbero limitarsi “a una gerarchia di concetti organizzati con relazione di sussunzione, ma devono prevedere anche le relazioni semantiche che descrivono le relazioni tra concetti” (Citiamo da uno studio di E-learningLab , rete di istituti di ricerca legati all’Università di Genova, disponibile su web http://www.elearninglab.eu/index.html) .  E ancora:  “Uno dei problemi principali di fronte a cui ci si trova quando si parla di ontologie, è quello della condivisione e della conciliazione di esigenze e punti di vista diversi, in sostanza delle infinite visioni del mondo. Per tale motivo la generazione di un’ontologia fondante e totale risulta essere un utopia e sempre più, anche nell’ambito del Web Semantico, si sta sviluppando un movimento di sviluppo di ontologie provenienti dal basso, ovvero emergenti dal senso comune e dai processi sociali di negoziazione dei significati. (…) L’onerosità

della mappatura delle risorse, la piena interoperabilità tra i diversi linguaggi utilizzati per la descrizione dei dati e le relazioni tra essi, i cambiamenti, anche culturali, profondi che si richiedono soprattutto in fase di progettazione dei documenti destinati al web richiedono uno sforzo supplementare e quell’adeguamento sociale e tecnologico che fin dagli inizi Berners Lee aveva indicato come chiave del cambiamento.”

Mi pare che il concetto al centro di quest’analisi sia la “negoziazione dei significati”. In che modo il “punto di vista di genere” nel senso dell’esistenza e della necessità di rappresentare (almeno) due generi, può essere assunto come attore in questo processo, che pur partendo “dal basso” può e deve, se vuole avere successo, vedere nelle “agenzie di donne” sul web dei soggetti attivi e propositivi? Segnali in questo senso si vedono nel ruolo “di punta”  che gruppi e singole si stanno assumendo,  per fare esempi vicini e presenti qui, dalla “Cercatrice di rete” del Server donne, ai blog di singole come “La rete non è neutra”, alla pubblicazioni di libri come il già citato “Tecnologie di genere”. Anche la Rete Lilith, oggi in un momento di trasformazione che vede come protagoniste alla pari le singole donne insieme ai Centri e associazioni, può avere un ruolo in questa ricerca.

Bisognerebbe uscire dalla situazione attuale di frammentazione, questo convegno è un passo avanti importante, perché, come si diceva prima, gli ambiti sono immensamente più vasti, trasversali agli studi sui linguaggi e sulle trasformazioni culturali e soggettive di genere e di sociologia del web, che possano relazionarsi con gli aspetti specifici delle web technologies (sulla necessità di aumentare la presenza femminile consapevole in questo ambito molto mascolino abbiamo le attività di riferimento di GenderChangers ,Tecnè donne …) . In conclusione, non possiamo che auspicare lo stabilirsi di una rete di iniziative e studi che riesca a valorizzare insieme le esperienze del passato e i nuovi spunti di ricerca, per potenziare ancora una volta la soggettività femminile in un contesto che  è insieme, così “vecchio”e così cambiato allo stesso tempo.

Paola De Ferrari  Adriana perrotta  Rabissi

ciclo di incontri all’Università delle donne di Milano

Il Gruppo “Senza peli sulla lingua
invita alla proiezione del videodocumentario
 
Famiglie Arcobaleno
sulla genitorialità omosessuale
prodotto nel 2006 (22 minuti)
 
Seguirà un dibattito con
Giuliana Beppato ed Elena Mantovani-Beppato fondatrici con altre/i dell’Associazione
“Famiglie Arcobaleno”
 
L’incontro è previsto per il
15 Gennaio 2009 ore 21,00
presso la sede della
Libera Università delle Donne
Corso di Porta Nuova,32 – Milano
 


Ciclo di incontri a Milano

La memoria pone domande

mercoledì 21 gennaio ore 19.00

 

Inizia al Cicip un ciclo di racconti di donne che ci farà conoscere l’un l’altra e aprire  la strada alla comunicazione tra noi e alle domande fondamentali per la costruzione di vera libertà  femminile.

Testimonianze in carne ed ossa di emozioni, pensieri, speranze e conquiste.

tutto ciòche volevate sapere sulle donne in viaggio nel movimento:

memorie e domande di ieri e di oggi a confronto .

Già molte si sono rese disponibili a “innestare” col loro racconto l’inizio di quella che speriamo possa diventare una pratica di ascolto tra donne per elaborare nella relazione e messa a parte dei propri percorsi nuove consapevolezze individuali e collettive…

ben oltre e più profondamente di qualsiasi pura teoria…perché l’attraversamento in prima persona dei contenuti che prendono senso dentro le nostre vite quotidiane é il solo che renda reale e vissuta ogni modificazione, pensiero, e invenzione.


calendari di incontri

1,  mercoledì , 21 gennaio 2009

Sisa Arrighi, Stefania Giannotti, Giordana Masotto,
Antonella Nappi, Nadia Riva, Silvia Soannini.
(motivazione all’incontro col movimento, presa di parola)

2, mercoledì 4 febbraio
Daniela Cipolla, Stefania Giannotti,
Laura Lepetit, Tiziana Villa.
(modelli di adeguamento, fatica, perdita e guadagni)

3, mercoledì, 18 febbraio
Antonia Baslini, Rosaria Guacci,
Chiara Martucci, Paola Mongini, Nadia Riva.
(lavoro sopravvivenza, autonomia…)

4, mercoledì 4 marzo
Angela di Luciano, Silvia Longo,
Daniela Pellegrini, Adriana Rabissi.
(sessualità, affettività, maternità, dipendenza…)

Spigolature

Leggo su Liberazione di oggi  la presentazione di una rivista che  mi sembra interessante, si chiama Loop e recita “culture, linguaggi e conflitti dentro l’apocalisse”.

Loop è anche su Web.

La copertina  raffigura l’ Onda, con la  prima fila  di giovani, belle e  sorridenti ragazze che reggono uno striscione : “l’ Onda  non si ferma”.

L’articolista ricorda la prospettiva in cui si pone la neonata, discontinuità con il passato politico e culturale, cesura netta.

Finalmente!  penso speranzosa, poi leggo che, per chiarire ulteriormente la linea editoriale, è riportata in copertina una frase di Deleuze: ” Non è  il caso né di avere paura né di sperare, bisogna cercare nuove armi”.

Discontinuità politica e culturale ? Cesura con il passato?